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PRIMA CONFERENZA
Cos'è un Avatara Fratelli, ogni volta che ci riuniamo qui per studiare le verità fondamentali di tutte le religioni, non posso che sentire la vastità dell'argomento, la pochezza dell'espositore, quanto sia ampio l'orizzonte che si apre di fronte ai nostri pensieri, e quanto siano insufficienti le parole che cercano di descriverlo ai nostri occhi. Ci incontriamo anno dopo anno, di volta in volta cerchiamo di studiare alcuni di quei grandi misteri della vita, del Sé, che forma il solo argomento veramente degno della più profonda riflessione umana. Tutto il resto è passeggero, tutto il resto è transitorio, tutto il resto non è che il giocattolo momentaneo di fama e potere, di ricchezza e scienza tutto ciò che si trova nel mondo inferiore è nulla se comparato alla grandezza del Sé Eterno nell'universo e nell'uomo, unico in tutte le Sue molteplici manifestazioni, meraviglioso e bello in ogni forma che Egli esterna. Quest'anno, di tutte le manifestazioni del Supremo, oseremo studiare le più sacre di tutte, quelle manifestazioni di Dio nel mondo, in cui Egli si rivela nella sua Divinità, venendo in aiuto al mondo che ha creato, risplendente della Sua natura essenziale, essendo la forma un sottile velo che occulta appena la Divinità ai nostri occhi. Come possiamo dunque avvicinarci, come possiamo osare studiarlo, salvo che con la più grande reverenza, con la più profonda umiltà; perché, se per lo studio delle Sue opere c'è bisogno di pazienza, reverenza e umiltà, di cosa abbiamo allora bisogno quando studiamo Lui, le cui opere Lo rivelano solo in modo parziale, quando cerchiamo di capire cosa s'intende per un Avatara, qual è il significato, qual'è il valore di una tale rivelazione? Il nostro Presidente ha affermato giustamente che in tutte le fedi del mondo si crede in tali manifestazioni, e quanto sia vera e valida quella massima antica come il marchio sull'argento sta a significare che il metallo è puro cioè, che se qualcosa è stata creduta sempre e dovunque, in tutte le epoche e da ciascun popolo, allora essa è vera, è una realtà. Le religioni sono in disaccordo su molti dettagli; gli uomini disputano sulle molte asserzioni; ma dove il cuore e la voce umana parlano con un'unica voce, è lì che si trova il segno della verità, è lì che si trova il segno della realtà spirituale. Ma nel trattare l'argomento ci scontriamo con una difficoltà che si presenta a voi quali uditori e a me come oratore. In ogni religione dei tempi moderni la verità viene spogliata della sua interezza; l'intelletto da solo non può cogliere i molti aspetti della verità unica. Per questo abbiamo una scuola dopo l'altra, una filosofia dopo l'altra, ognuna che mostra un aspetto della verità, ignorando, o anche negando, gli altri aspetti che sono ugualmente veri. Non solo, ma con il passare del tempo, di secolo in secolo, di millennio in millennio, la conoscenza si affievolisce, l'illuminazione spirituale diventa più rara, coloro che ripetono diventano numericamente superiori a coloro che sanno; coloro che parlano con visione chiara della verità spirituale si perdono in mezzo alla folla che si aggrappa a tradizioni di cui non conosce l'origine. Il prete e il profeta, tanto per usare due parole ben conosciute, anche in tempi recenti sono entrati in conflitto reciproco. Il prete porta avanti le tradizioni dell'antichità, anche se troppo spesso ha perso la conoscenza che le rendeva reali. Il profeta facendosi avanti di tanto in tanto con la parola divina, ardente come fuoco sulle sue labbra parla delle antiche verità e illumina la tradizione. Ma quelli che si attaccano alle parole della tradizione sono propensi a essere accecati dal bagliore del fuoco e accusare come "eretici" tutti coloro che danno voce alla verità che essi hanno perduto. Di conseguenza, di religione in religione, quando è apparso qualche grande istruttore, ci sono stati opposizione, proteste, rifiuto, perché la verità che egli enunciava era troppo potente da poter essere compresa nei limiti di uomini quasi ciechi. E in un tema come quello che stiamo per studiare oggi, si sono formate alcune routines, cioè alcuni solchi in cui s'incanala la mente umana, ed io so che ponendovi di fronte alla verità occulta dovrò necessariamente, in certi punti, scontrarmi con i dettagli di una tradizione che viene ripetuta più a memoria che compresa, o in cui siano afferrate le verità sottostanti. Scusatemi dunque fratelli, se in un discorso su questo grande argomento potrei infrangere alcune delle linee di demarcazione delle diverse scuole del pensiero indiano; io non potrei, né vorrei, limitare la conoscenza che ho appreso, per adattarla alle limitazioni che si sono sviluppate nei secoli, e neanche rendere conforme alle vuote tradizioni che permangono nelle fedi del mondo quella che è la verità spirituale. Per il dovere imposto su di me dal Maestro che servo, per la verità che Egli mi ha ordinato di comunicare agli uomini di tutte le fedi che si trovano in questo mondo d'oggi, per questi devo dire ciò che è vero, non importa che ci crediate immediatamente o no; poiché la verità che viene pronunciata non ottiene consensi subito, ma con il passare del tempo; e chiunque parli dei Rishi dell'antichità deve parlare delle verità che venivano insegnate nella loro epoca, e non ripetere le semplici ovvietà dei commentatori dell'Era moderna e delle insignificanti ortodossie che risuonano dappertutto e separano l'uomo dall'uomo. Propongo, per semplificare questo grande argomento, di dividerlo in sezioni. Propongo anzitutto di ricordarvi le due grandi divisioni riconosciute da tutti coloro che hanno riflettuto sull'argomento, per poi affrontare in maniera specifica questa mattina la domanda "Cos'è un Avatara?" Domani proporremo e cercheremo di rispondere, almeno parzialmente, alla domanda: "Qual'è la fonte degli Avatara?" Più tardi esamineremo gli Avatara speciali sia della razza umana che di quella cosmica. Spero dunque di mettervi di fronte ad una chiara e definita sequenza d'idee su questo vasto argomento. Non chiedendovi di crederci perché ve le espongo io, non chiedendovi di accettarle perché le affermo io. La vostra ragione è il metro con cui deve confrontarsi ogni verità che sia vera per voi; e sbagliate profondamente, quasi fatalmente, se lasciate che la voce dell'autorità si imponga quando non condividete quanto avete ascoltato. Ogni verità è vera per voi se la riconoscete tale e quando essa illumina la mente; e la verità, per quanto possa essere vera, non è tale per voi se il vostro cuore non si apre per riceverla, come il fiore schiude il suo bocciolo per ricevere i raggi del sole mattutino. Per prima cosa, dunque, prendiamo l'affermazione che uomini di ogni religione accettano che le manifestazioni divine di un certo tipo avvengono di tanto in tanto, quando sorge la necessità della loro apparizione, e che queste manifestazioni speciali sono diverse e distinte dalla manifestazione universale di Dio nel suo cosmo; poiché non dovete mai dimenticare che nella creatura più infima che striscia sulla terra, come nel più alto Deva, è presente Ishvara. Ma vi sono delle manifestazioni speciali non contraddistinte da questa auto-rivelazione generale del cosmo, e sono queste manifestazioni che vengono richieste per delle necessità particolari. Due parole in genere sono state usate nell'induismo, definendo una certa distinzione nella natura della manifestazione una, la parola "Avatara," l'altra la parola "A'vesha." Abbiamo bisogno di soffermarci solo un momento sul significato delle parole, importanti per noi perché il significato letterale delle parole indica la differenza fondamentale tra i due. La parola "Avatara," come sapete, ha la sua radice "tri," passando sopra, con il prefisso che viene aggiunto, l'"ava," e si rende l'idea del discendere, uno che discende. Questo è il significato letterale della parola. L'altra parola ha la sua radice in "vish," permeare, penetrare, pervadere, e rende quindi l'idea di qualcosa che sia permeata o penetrata. Così, nel primo caso, Avatara, c'è l'idea di una discesa dall'alto, da Ishvara all'uomo animale. Nell'altro, c'è piuttosto l'idea di un'entità già esistente che è influenzata, penetrata, pervasa dal potere divino, specialmente illuminato. E dunque abbiamo una sorta di passo intermedio, se così si può dire, tra la manifestazione divina nell'Avatara nel cosmo la manifestazione parzialmente divina in un individuo che viene adombrato dall'influenza del Supremo, o da un qualche altro essere che effettivamente domina l'individuo, l'ego che viene così permeato. Quali sono dunque le occasioni che conducono a queste grandi manifestazioni? Nessuno può parlare con maggiore autorità su questo punto di Colui che venne Egli stesso quale Avatara proprio prima dell'avvento della nostra Era, Il Divino Signore Krishna in persona. Citiamo quel meraviglioso poema, la Bhagavad Gita, quarto Adhyaya, Shloka 7 e 8; lì Egli ci racconta cosa Lo spinge a manifestarsi nel Suo mondo sotto forma di Supremo: "Quando il Dharma la giustizia, la legge decade, quando l'Adharma l'ingiustizia, la mancanza di legge prevale, allora Io appaio in Prima Persona: per proteggere il bene, per distruggere il male, per stabilire fermamente il Dharma, Io rinasco di Era in Era." Ecco cosa Egli dice dell'apparire dell'Avatara, cioè che i bisogni del Suo mondo Lo chiamano a manifestarsi nella Sua potenza divina, e noi sappiamo da altri Suoi insegnamenti che oltre a quei bisogni che sono prettamente umani, vi sono state alcune necessità karmiche che nelle Ere passate della storia del mondo richiesero delle manifestazioni speciali. Quando nella grande ruota dell'evoluzione dev'essere dato un altro giro di chiave, quando una nuova forma, un nuovo tipo di vita sta per iniziare, allora anche il Supremo rivela Se Stesso, incarnando il tipo che così Egli inizia nel Suo cosmo; è in questo modo, facendo girare quella ruota eterna, che Egli si manifesta come Ishvara, per metterla in movimento. In questi termini generali, troviamo il significato della parola e il motivo della Sua venuta. Da questo punto possiamo prontamente passare all'importante questione: "Cos'è un Avatara?" Ed è qui che ho bisogno della vostra attenzione, della vostra paziente considerazione, quando vi troverete di fronte ad alcuni punti che in qualche misura possono sembrarvi poco familiari, perché, come ho detto, è la visione occulta della verità che sto per rivelare parzialmente, e coloro che non hanno studiato la verità hanno bisogno di pensare molto, altrimenti la rigettano; hanno bisogno di fare attente valutazioni prima di rifiutarla. Vedremo durante il tentativo di rispondere a queste domande, quanto le grandi autorità ci hanno aiutato a capire e quanto la mancanza di conoscenza nello studiare quelle autorità ha portato all'incomprensione. Potrete ricordare come il defunto T. Subba Row, che era un erudito, nelle sue conferenze sulla Bhagavad Gita diede una certa visione dell'Avatara, come se fosse una discesa di Ishvara o come disse, usando il termine teosofico, il Logos, che è semplicemente il termine greco per dire Ishvara una discesa di Ishvara che si unisce con un'anima umana. Con tutto il rispetto per la profonda conoscenza del compianto pandit, io posso pensare che questa sia solo una definizione parziale. Probabilmente, in quel momento non ne aveva l'intenzione, forse perché non aveva il tempo di trattare caso per caso, trovandosi di fronte ad un tema così vasto da spiegare nel ristretto numero di conferenze che fece, e di conseguenza scelse una forma, per così dire, di rivelazione, lasciandone da parte altre, che ora, dedicandoci unicamente a quell'argomento, abbiamo tutto il tempo di studiare. Lasciatemi cominciare come se fosse dall'inizio, e citarvi certe autorità che possono rendere l'idea più facile da accettare; lasciatemi affermare, senza alcun desiderio di occultare o nascondere, cos'è veramente un Avatara. Fondamentalmente Egli è il risultato dell'evoluzione. Nei Kalpa passati, in altri mondi diversi da questo, cioè in universi anteriori al nostro, coloro che sarebbero diventati poi degli Avatara salivano lentamente, passo dopo passo, la lunga scala dell'evoluzione, cominciando dal minerale alla pianta, dalla pianta all'animale, dall'animale all'essere umano, dall'essere umano al Jivanmukta, e dal Jivanmukta ancora più e più in alto, su per la possente gerarchia che si estende oltre Coloro che si sono liberati dai vincoli dell'umanità; fino a quando Essi, continuando ad ascendere, non si liberano soltanto delle limitazioni dell'ego separato, non solo si proiettano e squarciano totalmente i limiti del Sé separato, ma accedono all'Ishvara Stesso, e si espandono nella coscienza universale del Signore, diventando consapevolmente un tutt'uno, come sempre sono stati in essenza, con quella Vita eterna da cui in principio Essi furono emanati, vivendo in quella vita, centri senza circonferenze, centri viventi, in unione con il Supremo. Dietro tale individuo si estende una catena infinita di nascite dopo nascite, manifestazioni dopo manifestazioni. Durante la fase in cui Egli fu umano durante la lunga ascesa della scala dell'umanità, c'erano due caratteristiche speciali che avrebbero potuto indicare il futuro Avatara tra i ranghi umani. Una, la sua assoluta bhakti, la sua devozione al Supremo, poiché solo coloro che sono dei bhakta e la cui bhakti si sia unita col jnana, o conoscenza, può raggiungere il suo obiettivo, poiché per devozione, dice Shri Krishna, un uomo può "entrare entro il Mio essere." E la necessità di devozione per il futuro di un Avatara è questa. Egli deve mantenere il centro che ha costruito anche nella vita di Ishvara, così che possa disegnare la circonferenza ancora una volta intorno a quel centro, e possa quindi palesarsi quale manifestazione di Ishvara, uno con Lui nella conoscenza, uno con Lui nel Suo potere, proprio l'Essere Supremo stesso della vita terrena. Deve dunque avere il potere di limitarsi nella forma, poiché nessuna forma può esistere nell'universo a meno che non ci sia un centro al suo interno, attorno al quale quella forma viene attratta. Dev'essere così devoto da rimanere al servizio dell'universo finché Ishvara Stesso resta in esso, per condividere lo sforzo del sacrificio continuo fatto da Lui, il sacrificio per cui l'universo vive. Ma non è solamente la devozione che rende grande Colui che sta scalando questo percorso divino. Deve anche essere, come lo è Ishvara, un amante dell'umanità. A meno che in lui non bruci la fiamma dell'amore per gli uomini no, ho detto uomini? è troppo poco a meno che in lui non bruci la fiamma dell'amore per tutto ciò che esiste, dotato di movimento o immobile, in questo universo di Dio, non sarà capace di ergersi come il Supremo la cui vita e il cui amore sono in ciò che Egli ha fatto scaturire dalla sua eterna ed inesauribile vita. "Non c'è nulla," dice l'Amato, "dotato di moto o immobile, che esista all'infuori di me," (Bhagavad Gita, X. 39) e, a meno che l'uomo non possa inserirlo all'interno della sua natura, a meno che non possa amare tutto ciò che è, non solo il bello ma anche il brutto, non solo il buono ma anche il cattivo, non solo l'affascinante ma anche il repellente, a meno che in ogni forma non veda il Sé, non potrà percorrere la ripida ascesa che l'Avatara deve percorrere. Sono queste dunque le grandi caratteristiche dell'uomo che deve diventare la manifestazione speciale di Dio bhakti, amore per Colui nel quale si deve fondere, e amare coloro la cui vita è la vita di Dio. Solo quando queste caratteristiche si rivelano nell'uomo, allora egli si ritrova sul percorso che lo condurrà a essere negli universi futuri, in lontanissimi kalpa un Avatara, venendo agli uomini come Dio. Ora, io so che con quest'idea sugli Avatara nascono dei problemi. Ma sono difficoltà che sorgono da una conoscenza parziale, e poi, da quella conoscenza che è stata semplicemente accettata come regola sull'autorità di un nome importante, invece che per ragionamento e nel tentativo di comprensione dell'uomo che ripete dottrine della sua setta o scuola. Ne consegue che ogni testo in Shruti o in Smriti che va contro quest'idea viene spogliato del suo significato naturale, in modo da farlo accordare con l'idea che già predomina la mente. Ecco la difficoltà di ogni religione: un uomo acquisisce il suo punto di vista tramite tradizione, abitudine, nascita, opinione pubblica, l'ambiente del suo tempo e del suo periodo. Trova nelle Scritture che non appartengono a nessun tempo, a nessun periodo, a nessuna epoca, a nessun popolo, ma sono espressioni degli eterni Veda trova in esse molti testi che non combaciano con la struttura che egli ha creato, e poiché troppo spesso gli importa più di questa struttura che della verità, manipola il testo fino a quando non riesce, in qualche maniera, ad adattarlo alla sua struttura; e l'ingenuità del commentatore troppo spesso si rivela nell'abilità di manipolare le parole con un significato che non c'è nel loro senso esplicito e grammaticale. Dunque, uomini di ogni scuola, sotto i potenti nomi degli uomini che conoscevano la verità i quali però potevano elargire solo quella porzione di verità che essi ritenevano comprensibile all'uomo di quel periodo usarono i loro nomi per sostenere interpretazioni sbagliate, e dunque venivano continuamente costruiti muri per impedire il progresso nella vita dell'uomo. Adesso lasciatemi fare l'esempio di uno dei nomi più grandi, che conosceva la verità che proferiva, ma che doveva, come ogni insegnante, ricordare che mentre egli era un uomo, coloro con cui parlava erano bambini i quali non potevano afferrare la verità con intelletto maturo. Quel grande insegnante fondatore di una della quattro scuole del Vedanta, Shri Ramanujacharya, nel suo commentario sulla Bhagavad Gita un'opera inestimabile che gli uomini di ogni scuola possono leggere con profitto trattando la frase in cui Shri Krishna dichiara che Lui ha avuto "bahuni Janmani," "molte nascite," indica quanto sia vasta la varietà di quelle vite. Poi, confinandosi alle Sue manifestazioni in qualità di Ishvara cioè dopo che Egli aveva raggiunto il Supremo dice in verità che Egli era nato di Sua Propria Volontà, non per il karma che Lo costringeva, né per le forze esterne che Lo obbligavano, ma di Sua Propria Volontà. Egli nacque come Ishvara incarnato in una o in un'altra forma. Ma qui non vi è detto nulla degli innumerevoli passi intrapresi dal Possente prima di unificarsi con il Supremo. Essi vengono lasciati da parte, dimenticati, ignorati, perché ciò che lo scrittore aveva in mente era di presentare ai cuori degli uomini un grande Oggetto di adorazione che potesse gradualmente innalzarli sempre più su fino a quando il Sé sarebbe a Sua volta sbocciato in loro. Nessuna parola viene pronunciata sui precedenti kalpa, sugli universi che si estendevano verso un passato infinito. Egli parla della Sua nascita come Deva, come Naga, come Gandharva, quelle tante forme che Egli ha preso di Sua Propria Volontà. Come sapete o come potete apprendere se vi rivolgete al Shrimad-Bhagavata, c'è un elenco di manifestazioni molto più lungo dei soliti dieci che sono chiamati Avatara. Vengono date, una dietro l'altra, le forme che sembrano strane al lettore superficiale se connesse con il pensiero moderno del Supremo. Ma troviamo maggior chiarezza sull'argomento in alcune altre parole del grande Signore; e troviamo anche in un libro famoso, pieno di citazioni occulte sia pure con poche spiegazioni date sulle citazioni esposte lo Yoga Vasishtha un'esauriente affermazione che le divinità come Mahadeva, Vishnu e Brahma, hanno dovuto salire verso l'alto per raggiungere i loro possenti troni (Parte II, Capitolo II, Shloka 14, 15, 16). E può essere benissimo così, se ci pensate bene; non c'è niente di umiliante per Loro in questo pensiero, poiché esiste solo un'Esistenza, la fonte eterna di tutto ciò che si manifesta come separato: separato nell'universo come Ishvara, o separato nella copia dell'universo nell'uomo. Non c'è che l'Uno senza secondo; non esiste vita se non la Sua, nessuna indipendenza se non la Sua, nessuna auto-esistenza se non la Sua; da Lui gli Dei, gli uomini e tutte le cose, prendono la radice ed esistono per sempre nella e per la Sua eterna vita una. Si hanno diverse fasi di manifestazione, ma il Sé è Uno in tutte le differenti fasi, l'Uno che vive in tutto; e se è vero ed è vero che il Sé nell'uomo è "innato, costante, eterno, antico," è perché il Sé nell'uomo è un tutt'uno con il Sé Uno Auto-esistente; ed Ishvara Stesso è solo la più maestosa manifestazione di quell'Uno che non conosce secondo diverso da Sé. Dice un poeta inglese : Egli è più vicino del respiro, più vicino delle mani e dei piedi.1 Il Sé è in me e in voi, e altrettanto è in Ishvara, quell'Uno, eterno, immutabile, indecomponibile, di cui ogni esistenza manifesta non è che un raggio di gloria. È dunque vero ciò che viene insegnato nello Yoga Vasishtha; è vero che anche il più Grande, di fronte al quale ci inchiniamo in venerazione, ha scalato nelle epoche passate tutti gli stati umani per essere un tutt'uno con il Supremo, e per manifestare Se Stesso come Dio di fronte al mondo. Ma ora arriviamo alla distinzione che è stata fatta, e che è reale. Leggiamo di un
Alfred Lord Tennyson, poeta inglese (1809 1892) n.d.t. 6
Purnavatara, un Avatara pienamente completo. Cos'è il significato di quell'"pienamente" applicabile all'Avatara? Il nome viene dato, come sappiamo, a Shri Krishna. È evidenziato soprattutto da quel nome. È vero che il termine "purna" non può essere applicato all'Illimitabile, l'Infinito; Egli non può essere mostrato in alcuna forma; l'occhio non potrà mai vederlo; solo lo spirito che è Egli Stesso può conoscere l'Uno. Ciò che s'intende con questo è che, sia pure entro le possibilità della forma, l'apparizione del senza forma si manifesta, per quanto è possibile, emanata in quel Grande Essere che è venuto ad aiutare il mondo. Questo potrebbe aiutarvi nella comprensione di tale distinzione. Dove la manifestazione è quella di Purnavatara, allora in qualsiasi momento, di Sua Propria Volontà, con lo Yoga o altri mezzi, Egli può trascendere ogni limite della forma in cui Egli si vincola di Sua Propria Volontà, e splendere come Signore dell'Universo, entro il quale tutto l'Universo è contenuto. Pensate per un attimo ancora a Shri Krishna, che ci insegna così tanto sull'argomento. Rivolgetevi a quell'enorme riserva di saggezza spirituale, il Mahabharata, all'Ashvamedha Parva che contiene l'Anugita, e scoprirete che Arjuna, dopo la grande battaglia, dimenticando l'insegnamento che gli era stato dato sul campo di Kurukshetra, chiese al suo maestro di ripetere quell'insegnamento ancora una volta. E Shri Krishna, rimproverandolo per l'inconstanza della sua mente e asserendo di essere molto dispiaciuto che una tale conoscenza venisse dimenticata a causa di una simile instabilità, pronunciò queste frasi straordinarie: "Non era possibile per me dirlo in pieno con quelle parole. Ho discorso con te del Supremo Brahman avendo concentrato me stesso nello Yoga." Poi Egli continua dando l'essenza di quell'insegnamento, ma non nella stessa forma sublime che ritroviamo nella Bhagavad Gita. Ecco una cosa che vi dimostra ciò che s'intende per Purnavatara; in un contesto di Yoga, in cui s'immerge a volontà, Egli riconosce Se Stesso come Signore di tutto, come il Supremo su cui è costruito l'Universo. Anzi, di più; tre volte almeno, non sono sicura se ci siano stati altri casi, ma se è così non posso in questo momento ricordarmeli, tre volte almeno durante la Sua vita come Shri Krishna Egli si mostrò sotto l'aspetto di Ishvara, il Supremo. Una volta alla corte di Dhritarashtra, quando il folle e stupido Duryodhana parlò di imprigionare all'interno delle mura di una cella il Signore universale che l'universo non può contenere. Per dimostrare la feroce follia del principe arrogante, davanti alla corte, di fronte agli occhi di tutti, Egli risplendette come Signore di ogni cosa, riempiendo il cielo e la terra della Sua gloria; e tutte le forme, divine e umane, subumane e sovrumane, furono viste riunirsi attorno a Lui nella vita da cui nascono. Poi sul campo di Kurukshetra si manifestò ad Arjuna, il Suo amato discepolo, al quale manifestò la visione divina che Lo mostrava nella Sua forma Vaishnava, la forma di Vishnu, il Supremo Reggitore dell'Universo. E più tardi, durante il suo ritorno a Dvaraka, incontrandosi con Utanka, Lui e il saggio pervennero a un diverbio, e già il saggio si preparava a maledire il Signore; per salvarlo dalla follia di pronunciare una maledizione contro il Supremo come un bambino potrebbe lanciare una pietruzza contro una roccia di età immemore, Egli risplendette di fronte gli occhi di colui che era realmente il Suo bhakta, e gli manifestò la grande forma Vaihnava, quella del Supremo. Cosa mostrano queste manifestazioni? Che a volontà Egli può mostrarsi quale Signore di tutto, abbandonando i limiti della forma umana in cui vivono gli uomini; abbandonando l'aspetto così familiare a quelli che lo circondano, egli può mostrarsi quale il possente, Ishvara che è la vita di tutto. Ecco il marchio di un Purnavatara; sempre a portata di mano, a volontà, è il potere di mostrarsi come Ishvara. Ma perché potreste chiedervi non tutti gli Avatara sono di questo tipo, dato che, in verità, sono tutti del Signore Supremo? La risposta è che di Sua Propria Volontà, per la Sua propria Maya, Egli si nasconde entro i limiti che servono alle creature che è venuto ad aiutare. Ah, Egli è così diverso, questo Possente, da me e da voi! Quando parliamo con qualcuno che sa poco meno di noi, parliamo di tutto quello che sappiamo per mostrare la nostra cultura, spandendoci quanto più possiamo per stupire e far meravigliare la persona con cui parliamo; questo è perché siamo così piccoli che abbiamo paura che la nostra grandezza non venga riconosciuta, a meno che non ci facciamo più grandi in modo da poter stupire e, se è possibile, spaventare; ma quando arriva Colui che è veramente Grande, che è più possente di qualunque cosa Lui Stesso crei, Egli si rende piccolo per aiutare coloro che ama. E sapete, fratelli miei, che solo in proporzione alla quantità del Suo spirito che entra in noi, possiamo, nella nostra piccola misura, essere degli aiutanti nell'universo di cui Egli è la vita una; finché noi, con tutte le nostre azioni e le nostre parole, non ci immedesimiamo interiormente in un uomo che vogliamo aiutare, e sentire quello che sente, pensare ciò che pensa, conoscendo per il tempo in cui egli conosce, con tutte le sue limitazioni, anche se dopo potrebbero esserci altre conoscenze, non possiamo veramente aiutare; è questa la condizione di tutto, l'aiuto dato da un uomo a un altro uomo, poiché è l'unica condizione dell'aiuto che viene dato all'uomo da Dio Stesso. E così negli altri Avatara, Egli limita Se Stesso per amore degli uomini. Prendete il grande re Shri Rama. Che cosa ha dimostrato? Lo kshattriya ideale, in ogni relazione della vita dello kshattriya; come figlio perfetto come figlio, simile a un padre amorevole e ad una matrigna che a quel tempo era gelosa e cattiva. Ricordate quando la moglie del padre, che non era Sua madre, lo fece andare nella foresta alla vigilia della Sua incoronazione quale erede? La Sua dolce risposta fu: "Madre, io vado." Perfetto come figlio. Perfetto come marito; se non avesse limitato Se Stesso di Sua Propria Volontà per mostrare che cosa dovrebbe essere un marito per una moglie, come poteva Egli, nella foresta, quando Sita2 era stata abbandonata da Ravana, aver mostrato rimorso, aver pronunciato le più devote lamentele, che hanno generato lacrime da migliaia di occhi, mentre Egli invocava le piante e gli alberi, gli animali e gli uccelli, Dio e gli uomini, per dirgli dove si trovasse Sua moglie, la Sua altra metà, la vita della Sua vita? Come poteva insegnare agli uomini cos'era una moglie nel cuore di un uomo a meno che non avesse limitato Se Stesso? La Divinità Onnipresente non avrebbe potuto cercare la Sua amata che era scomparsa. E poi come re; come re perfetto, visto che Egli era un figlio e un marito perfetto. Quando la priorità era il benessere dei suoi sudditi, quando bisognava pensare alla sicurezza del regno, quando Egli si ricordò che come re rappresentava Dio e doveva essere perfetto agli occhi dei Suoi sudditi, in modo che potessero dargli obbedienza e lealtà, poiché gli uomini possono obbedire solo a uno che riconoscono più grande di loro, allora persino Sua moglie era messa da parte; e Sita, l'immacolata e la sofferente, doveva superare la prova del fuoco per dimostrare che nessun peccato o contaminazione l'avevano macchiata per il tocco di Ravana, il Rakshasa. Poi, la richiesta che il marito, prima che il cuore gli fosse strappato, potesse ancora riabbracciare la moglie. Doveva presentarsi come una donna pura; e tutto questo, perché Egli era re e marito, e sul trono tra le persone onorate come divine deve esserci solo la purezza senza macchia, candida come neve. Questi limiti erano necessari in modo che un esempio perfetto potesse essere dato all'uomo, e l'uomo potesse imparare ad elevarsi imitando quelle virtù, rese piccole in modo che la sua piccola mano le potesse afferrare. Arriviamo alla seconda grande classe di manifestazioni alle quali ho alluso all'inizio, riunite sotto il grande termine di Avesha. In quel caso non è un uomo che in passati universi è salito ed è diventato un tutt'uno con Ishvara; ma è un uomo che si è elevato a un punto tale da
Sita è una dei protagonisti dell'epica induista Ramayana, che narra per l'appunto le gesta di suo marito Rama. Non molto tempo dopo il matrimonio, la situazione nel regno di Ayodhya diventa tale che Rama è costretto a trascorrere un periodo di esilio nelle foreste di Dandakaranya; Sita, per amore, e ritenendolo suo dovere, rinuncia agli agi del palazzo reale per seguire il marito nell'esilio, adattandosi a vivere nella foresta, dove però viene rapita da Ravana, re di Lanka, mentre Rama è a caccia. Jatayu, re degli avvoltoi, interviene in suo soccorso ma viene sconfitto da Ravana, che gli strappa le ali, però sopravvive abbastanza a lungo da riferire a Rama l'accaduto. n.d.t.
iventare così grande, così perfetto nella sua umanità, e così pieno di amore e devozione per Dio e gli uomini, che Dio può permearlo con una parte della Sua influenza, del Suo potere, della Sua conoscenza, e mandarlo nel mondo come una manifestazione sovrumana di Sé. L'ego individuale rimane; è questa la grande differenza. L'uomo è lì, sebbene il potere che è in funzione sia il Dio manifestato. Dunque la manifestazione sarà colorata dalle caratteristiche speciali di colui che riceve questo adombramento; e voi potrete rintracciare i pensieri di questo istruttore ispirato, le caratteristiche della razza, dell'individuo, di quel tipo di conoscenza che appartiene a quell'uomo nell'incarnazione in cui l'adombramento avviene. È questa la differenza fondamentale. Ma qui arriviamo subito a dei gradi infiniti, a varietà infinite, e in fondo alla scala dell'evoluzione sempre più bassa possiamo camminare passo per passo fino a quando arriviamo ai livelli inferiori che chiamiamo ispirazione. Nel caso di un Avesha continua di solito attraverso una gran parte della vita, l'ultima parte, di regola, ed è raramente ritirata. L'ispirazione, come vien compresa in senso generale, è qualcosa di più parziale, più temporanea. Il potere divino scende verso il basso, illumina e irradia l'uomo per un istante, e in quel momento egli parla con autorità, con conoscenza, che nel suo stato normale sarebbe stato probabilmente incapace di comprendere. Tali sono i profeti che hanno illuminato il mondo Era dopo Era, tali erano nei tempi passati i brahmani che rappresentavano la voce di Dio. Poi, in verità, per distinzione io non intendevo la distinzione fra il sacerdote e il profeta; erano tutti e due uniti dall'illuminazione, e l'insegnamento di un prete e la predica di un profeta correvano sulla stessa linea e portavano la medesima grande verità. Ma nei tempi successivi la distinzione emerse in seguito al fallimento del sacerdozio, quando il sacerdote si dedicava a denaro, fama e potere, tutte cose con cui dovrebbero avere a che fare solo le anime giovani giocattoli mondani con cui i neonati umani giocano, e sono saggi nel farlo, poiché con essi crescono. Poi i preti diventarono formali, i profeti furono sempre più rari, fino a quando il concetto di ispirazione venne concepito come una cosa del passato, come se Dio o l'uomo si fossero alterati, l'uomo non più divino nella sua natura, Dio che non voleva più parlare agli uomini. Ma l'ispirazione è un dato di fatto in tutte le sue fasi, e va molto più in là di quanto crediate. L'ispirazione dei profeti, spiritualmente potente e convincente, è necessaria, ed essi vengono al mondo per dare un nuovo impulso alla verità spirituale. Ma c'è un'ispirazione generale che chiunque può condividere, chiunque s'impegni a dimostrare la vita divina da cui non è escluso nessun figlio dell'uomo, poiché ogni figlio dell'uomo è il figlio di Dio. Siete mai stati attirati per un momento in regni più alti, pieni di pace, quando avete incontrato qualcosa del bello, dell'arte, delle meraviglie della scienza, della grandezza della filosofia? Avete per un po' perso di vista la piccolezza della terra, i problemi triviali, le piccole preoccupazioni e fastidi, e vi siete sentiti sollevati in una regione più calma, in una luce che non è quella della terra? Vi siete mia trovati di fronte a un quadro meraviglioso in cui la tavolozza del pittore ha illuminato la tela con tutte le sfumature dei magnifici colori che l'arte può dare alla vista umana? O avete visto in qualche meravigliosa scultura le aggraziate curve che lo scalpello ha liberato dalla durezza del marmo? O siete rimasti ad ascoltare, mentre l'incantesimo divino della musica vi ha innalzati, passo per passo, fino a quando non vi è sembrato di sentir cantare i Gandharva e quasi il suono del flauto divino riecheggiare nel modo inferiore? O siete stati sul picco di una montagna innevata e avete provato la grandiosità della natura immobile che mostra Dio come anche lo spirito umano? Ah, se avete conosciuto uno qualsiasi di quei luoghi di pace nel deserto della vita, allora saprete com'è onnipotente e diffusa l'ispirazione; come sono meravigliosi la bellezza e il potere di Dio mostrati negli uomini e nel mondo; poi saprete, se non l'avete mai saputo, la verità della grande proclamazione di Shri Krishna, l'Amato: "Qualunque cosa sia regale, buona, bella e possente, dovete capire che emana dal Mio Splendore" (Bhagavad Gita, X. 41); è tutto un riflesso di tejas (splendore, radiosità) che è Suo e solamente Suo. Come non c'è moralità nell'universo enza il Suo amore e vita, così non c'è bellezza se non la Sua bellezza, che è un raggio dell'illimitabile splendore, un piccolo raggio dall'infallibile fonte della vita. SECONDA CONFERENZA La Fonte e la necessità di Avatara Fratelli, vi ricordate come ieri, nel dividere l'argomento in diversi fasi, ho esposto certe questioni che discuteremo con ordine. Ieri abbiamo trattato la questione: "Cos'è un Avatara?" La seconda domanda cui proveremo a rispondere, "Qual'è la Fonte degli Avatara?" è una domanda che ci conduce in profondità nei misteri del cosmo ed ha bisogno almeno di uno schema della crescita cosmica e dell'evoluzione, in modo da dare una risposta intellegibile. Spero di poter trattare oggi anche la prossima questione: "Come nasce il bisogno degli Avatara?" Questo lo lasceremo come argomento di domani sugli Avatara speciali; e se è possibile, durante il discorso di domani cercherò di trattare nove degli Avatara che fanno parte dei dieci riconosciuti, poiché stanno fuori dalle altre manifestazioni del Supremo. Poi, se sarò riuscita ad esaurire quell'argomento, avremo ancora una mattinata, e propongo di dedicarla per intero allo studio del più grande degli Avatara, il Signore Shri Krishna in Persona, sforzandoci, se possibile, di evidenziare le grandi caratteristiche della Sua vita e del Suo lavoro, ed eventualmente trovare e rispondere ad alcune obiezioni degli ignoranti che, specialmente in questi ultimi tempi, sono stati sollevate contro di Lui da persone che non sanno niente della Sua natura, niente dell'imponente lavoro che Egli ha svolto per il mondo. Inizieremo il lavoro di oggi cercando una risposta alla domanda, "Qual è la fonte degli Avatara?" Ed è probabile che seguirò una linea di pensiero in qualche modo diversa, che ci riporta effettivamente al di fuori delle linee ordinarie di studio che trattano maggiormente l'evoluzione dell'uomo, la sua natura spirituale, e a quei tempi lontani, per noi quasi incomprensibili, quando il nostro universo si stava manifestando, quando venivano poste le sue fondamenta. Per la domanda, comunque, la risposta in se stessa è facile. Tutte le religioni incluse le più grandi religioni del mondo ammettono le incarnazioni divine, e riconoscono che la fonte degli Avatara, la fonte delle incarnazioni Divine, è la seconda, o la manifestazione di mezzo della sacra Triade. Non importa se con gli induisti parliamo della Trimurti, o con i cristiani parliamo della Trinità, l'idea di base è unica e medesima. Prendendo per il momento la simbologia cristiana, troveremo che ogni cristiano vi dirà che c'è un'unica incarnazione riconosciuta dalla Cristianità poiché i cristiani credono solo in un'unica incarnazione speciale e troveremo che nella loro nomenclatura l'incarnazione divina o Avatara è quella della seconda persona della Trinità. Nessun cristiano vi dirà che c'è stata un'incarnazione della terza persona della Trinità, lo Spirito Santo, lo Spirito della Saggezza, dell'intelligenza creativa che ha costruito i materiali del mondo. Ma diranno sempre che fu la seconda persona, il Figlio, che prese forma umana, che è apparso sotto sembianze umane, che si è manifestato come uomo per la salvezza del mondo. E se analizzate cosa che s'intende con quella frase, ciò che per la mente del cristiano s'intende per la seconda persona della Trinità ricordate che quando si tratta di una religione che non è la propria bisognerebbe attenersi al pensiero non alla forma, bisognerebbe guardare l'idea non l'etichetta, perché i pensieri sono universali mentre le forme dividono, le idee sono identiche mentre le etichette sono punti di separazione se cercate il pensiero nascosto scoprirete che è questo: la caratteristica della seconda persona della Trinità è la dualità; in più, Egli è la vita occulta del mondo; per il Suo potere i mondi sono stati creati, e sono sostenuti, supportati e protetti. Mentre lo Spirito della Saggezza viene definito come lo Spirito che porta ordine nel disordine, il cosmo fuori dal caos, scoprirete che è tramite la Parola manifestata di Dio, o la seconda persona della Trinità, e tramite Lui, che tutte le forme sono costruite in questo mondo; ed è in particolar modo a Sua immagine che è fatto l'uomo. Per cui, quando ci rivolgiamo a ciò che è più familiare alla maggior parte di voi, la simbologia dell'induismo, scoprirete che tutti gli Avatara hanno la loro origine in Vishnu, in Colui che pervade tutto l'universo, come implica il nome stesso di Vishnu, che è il Reggitore, il Protettore, il Pervasivo, la Vita Onnipresente per cui l'universo si tiene unito, e da cui è retto. Ciò che rende i nomi della Trimurti così familiari a tutti noi non i nomi filosofici Sat, Chit, Ananda, quei nomi che nella filosofia mostrano gli attributi del Supremo Brahman rendendo l'idea concreta, abbiamo Mahadeva o Shiva, Vishnu, e Brahma: tre nomi, proprio come nell'altra religione abbiamo tre nomi, ma accade la stessa cosa, cioè è quello centrale o mediano dei tre che è la fonte degli Avatara. Non è mai esistito un Avatara diretto di Mahadeva, o di Shiva Stesso. Apparizioni? Sì. Manifestazioni? Sì. Venendo con una forma per uno scopo speciale necessario in quella forma? Oh sì. Prendete il Mahabharata, e ve Lo troverete apparire in forma di cacciatore, il Kirata, per saggiare l'intuizione di Arjuna, e lottare con lui per scoprirne la forza, il coraggio, e infine la sua devozione a Se Stesso. Ma questa è una semplice forma presa per un obiettivo e abbandonata nel momento in cui l'obiettivo è stato raggiunto; quasi, potremmo dire, una mera illusione, prodotta per servire uno scopo speciale e poi gettata via appena è stato raggiunto lo scopo al quale era servita. Ancora e ancora si troveranno queste apparizioni di Mahadeva. Potrete ricordare una bellissima storia, in cui Egli compare nella forma di Chandala (un fuori casta, paragonabile ad un intoccabile) all'entrata della sua città, Kashi, quando un uomo che era particolarmente adombrato da una manifestazione di Se Stesso, Shri Shankaracharya, stava arrivando con i suoi discepoli alla città sacra. Travestendosi da fuori casta per Lui tutte le forme sono uguali, le differenze umane sono come i granelli di sabbia che scompaiono di fronte alla maestosità della Sua grandezza Egli si rotolò nella polvere davanti al portale, in modo che il grande insegnante non potesse passare senza toccarlo; ed egli disse al Chandala di scansarsi in modo che un brahmino potesse passare senza sporcarsi al tocco di un fuori casta. Allora il Signore, parlando attraverso la forma che Egli aveva scelto, rimproverò colui che il Suo potere adombrava, facendogli domande a cui non poteva rispondere, stemperando dunque il suo orgoglio e insegnandogli l'umiltà. Tali forme Egli le ha effettivamente prese, ma queste non sono ciò che si potrebbero chiamare Avatara; semplici forme di passaggio, non manifestazioni sulla terra dove una vita viene vissuta e un grande dramma è recitato. Così è per Brahma; Egli è anche comparso di tanto in tanto, si è manifestato per alcuni motivi speciali; ma non c'è alcun Avatara di Brahma, di cui possiamo parlare con quel termine definito e ben compreso. Per questo motivo ci dev'essere dunque una ragione. Perché non troviamo la fonte degli Avatara allo stesso modo in tutte queste grandi manifestazioni divine? Perché si manifestano solo da un aspetto, l'aspetto di Vishnu? Non serve ricordarvi che esiste un solo Sé, e questi nomi che usiamo sono i nomi degli aspetti manifestati dal Supremo; non dobbiamo separarli così tanto da perdere di vista la loro unità di fondo. Ricordate come, quando un devoto di Vishnu ebbe un sentimento nel suo cuore contro un devoto di Mahadeva, mentre si inchinava di fronte ad un'immagine di Hari, il volto dell'immagine si divise in due, e Shiva o Hara comparve su un lato e Vishnu o Hari comparve sull'altro, e i due, sorridendo come un solo volto verso il devoto bigotto, gli dissero che Mahadeva e Vishnu erano la stessa cosa. Ma nelle Loro funzioni nasce la divisione; si manifestano come su linee diverse, nel cosmo e per aiutare l'uomo; non per Lui ma per noi esistono queste linee di apparente divisione. Prendendola dunque in esame, saremo in grado di trovare la risposta alla nostra domanda, non solo chi è la fonte degli Avatara, ma il perché Vishnu ne è la fonte. Ed è qui che arrivo alla parte non familiare sulla quale dovrò richiedervi uno sforzo particolare di attenzione riguardo la costruzione dell'universo. Ora, non sto utilizzando il termine "universo" nel senso del nostro sistema solare. Ci sono molti altri sistemi, ognuno completo in sé e quindi correttamente definito come un cosmo, un universo. Ma ciascuno di questi sistemi è a sua volta parte di un sistema più potente, e il nostro sole, il centro del nostro sistema, anche se in verità potrebbe essere la manifestazione fisica di Ishvara Stesso, non è l'unico sole. Se guardate attraverso i vasti campi dello spazio, vi sono miriadi di soli, ognuno al centro del suo sistema, del suo universo; e il nostro sole, supremo per noi, non è altro, in se stesso, che un pianeta in un sistema più vasto, con la sua orbita curvata attorno ad un sole più grande di lui. Così a sua volta quel sole, attorno al quale il nostro sole sta girando, è un pianeta per un sole ancora più grande, ed ogni serie di sistemi a sua volta gira attorno ad un sole ancora più centrale, e così via non sappiamo quanto si possa estendere la catena che per noi è infinita: perché, chi è capace di immergersi nelle profondità o nelle altezze dello spazio, o trovare una circonferenza manifesta che includi tutti gli universi? No, noi diciamo che sono di numero illimitato, e che non esiste limite alle manifestazioni della Vita una. Ora ciò è vero fisicamente. Guardate all'universo fisico con l'occhio dello spirito, e ci vedrete un'immagine dell'universo spirituale. Una grande parola è stata pronunciata da uno dei Maestri o Rishi, che nella società onoriamo, e i cui insegnamenti seguiamo. Parlando con uno dei Suoi discepoli, o allievi, Lo rimproverò, perché Egli disse, con parole che non devono mai essere dimenticare da coloro che le leggono: "Voi guardate sempre alle cose dello spirito con gli occhi del corpo. Ciò che dovete fare è guardare alle cose del corpo con gli occhi dello spirito." Dunque, cosa significa questo? Significa che invece di cercare di degradare lo spirituale e di limitarlo all'interno degli angusti spazi fisici, e di definire lo spirituale come inesistente perché il cervello umano è incapace di afferrarlo, dovremmo guardare all'universo fisico con maggiore profondità e vedere in esso l'immagine, l'ombra, il riflesso del mondo spirituale, e imparare le verità spirituali studiandone le immagini esistenti nel mondo fisico attorno a noi. Il mondo fisico è più facile da afferrare. Non pensiate che il mondo spirituale sia modellato su quello fisico; il fisico è fondamentalmente modellato su quello spirituale, e se guardate a quello fisico con gli occhi dello spirito, scoprite che è l'immagine dell'alto, e allora potete afferrare la verità più elevata studiando i deboli riflessi che vedete nel mondo intorno a voi. Ecco ciò che vi chiedo di fare adesso. Proprio come avete un sole e i vostri soli, molti universi, ognuno parte di un sistema più grande di se stesso, così nell'universo spirituale esiste una gerarchia oltre la gerarchia delle intelligenze spirituali che sono come i soli del mondo spirituale. Il nostro sistema fisico trova il suo centro nella grande Intelligenza spirituale manifesta quale Trinità, l'Ishvara di quel sistema. Poi, oltre Lui esiste un Ishvara ancora più potente circondato da Coloro che sono al livello dell'Ishvara del nostro sistema e che Lo considerano la Loro vita centrale. E oltre Lui ancora un altro, e oltre Questo altri e altri ancora; e come gli universi fisici vanno al di là del nostro pensiero, così anche la gerarchia spirituale si estende oltre il nostro pensiero; e accecati e abbagliati dallo splendore, ritorniamo alla terra, come Arjuna venne accecato quando la forma Vaishnava brillò su di lui, e noi gridiamo "Oh! Mostraci di nuovo la Tua forma limitata in modo che la possiamo conoscere e vivere tramite essa. Non siamo ancora pronti per le manifestazioni più potenti. Siamo accecati, non aiutati, da tale luce di splendore divino." E così troviamo che se vogliamo imparare dobbiamo limitarci no, dobbiamo invece cercare di espanderci ai limiti del nostro sistema. Perché? Ho incontrato persone che non sanno afferrare questo piccolo mondo, questo granello di polvere in cui vivono, che non possono accontentarsi, se non rispondendo alle domande sull'Esistenza Una, il Para-Brahma, che i saggi riveriscono in silenzio non osando parlare neanche con la mente illuminata che conosce la vita nirvanica e che si è espansa alla coscienza nirvanica. Più l'uomo è ignorante, più pensa di poter capire. Meno comprende, più gli rincresce che gli venga detto che vi sono certe cose al di là della sua comprensione, esistenze così complesse e così possenti che non può neanche immaginare il più basso degli attributi che le definiscono. E parlo anche per me stessa, ritenendomi ignorante, sapendo che molte vite devono passare prima che possa pensare di trattare questi profondi problemi. Alcune volte misuro l'ignoranza di chi fa domande in base alle domande stesse che fa, come sulle esistenze ultime, e quando vuol sapere come si chiama l'origine primaria, io so che non ha neanche afferrato un millesimo della parte dell'origine da cui è nato. Di conseguenza, vi dico francamente che Questi Esseri Possenti che noi veneriamo sono gli Dei del nostro sistema, oltre di Essi si estendono Quelli ancora più Possenti, che forse miriadi di kalpa prima noi potremmo aver cominciato a conoscere e a venerare. Confiniamoci a questo sistema e accontentiamoci di poter catturare qualche raggio che ci illumini; Vishnu ha le sue funzioni, come anche Brahma e Mahadeva. Il primo lavoro in questo sistema vien fatto con il terzo dei Grandi della Trimurti, Brahma, come tutti ben sapete, dato che avete letto che la forza Intelligente di creazione si manifestò come la terza delle manifestazioni divine. Non m'importa quale simbologia seguiate; forse vi sarà più familiare quella del Vishnu Purana, in cui il Vishnu immanifesto è sotto le acque, e sta per il primo della Trimurti, poi il Loto, che sta per il secondo, e il Loto aperto che mostra Brahma, il terzo aspetto, la Mente creativa. Ricorderete che il lavoro di creazione è iniziato con la Sua attività. Quando studiamo dal punto di vista occulto in cosa consistesse quell'attività, scopriamo che consisteva nell'impregnare la Sua vita nella materia del sistema solare, che Egli ha dato la Sua vita per costruire, forma dopo forma, l'atomo, per fare le grandi divisioni del cosmo; che egli ha formato, uno dietro l'altro, i cinque tipi di materia. Lavorando con la Sua mente Egli viene qualche volta definito come Mahat, la Grande Intelligenza ha creato uno dopo l'altro i Tattva. I Tattva, come ricorderete dall'anno scorso, sono i fondamenti dell'atomo, e attualmente ne sono manifestati cinque. È questo il Suo lavoro speciale. Poi Egli medita, e le forme come pensieri si manifestano. Lì, si può dire, finisce il Suo lavoro manifesto, anche se Egli sostiene sempre la vita di un atomo. Per quello che riguarda il lavoro del cosmo, Egli dà il via alla prossima delle grandi forze che ora deve cominciare a operare, la forza di Vishnu. Il Suo lavoro è di raccogliere insieme quella materia che è stata strutturata, modellata, preparata, vivificata, e costruirla in forme definite dopo le idee creative scaturite dalla meditazione di Brahma. Egli dà alla materia una forza di unione, Egli le dà quelle energie che tengono unita la forma. Non esiste alcuna forma senza di Lui, sia che si muova sia che resti immobile. Quante volte Shri Krishna, parlando del supremo Vishnu, enfatizza questo fatto! Egli è la vita in ogni forma: senza di Lui la forma non potrebbe esistere, tornerebbe ai suoi elementi primordiali e non esisterebbe più come forma. Egli è la vita onnipresente; il "Reggitore dell'Universo" è uno dei suoi nomi. Mahadeva ha una funzione diversa nell'universo: soprattutto è il grande Yogi; in modo speciale è il grande insegnante, il Mahaguru. Egli qualche volta viene chiamato Jagatguru, il maestro del mondo. Di volta in volta ancora per fare un esempio comparativamente moderno, come il Gurugita Lo ritroviamo quale Insegnante, a cui Parvati va a chiedere istruzioni sulla natura del Guru. È Lui che definisce il lavoro del Guru, è Lui che ispira l'insegnamento del Guru. Ogni Guru sulla terra è un riflesso di Mahadeva, ed è alla Sua vita che è dato l'incarico di emettere il mondo. E' lo Yogi immerso in contemplazione, prendendo sempre la forma ascetica che segna la Sua funzione. I simboli con cui gli Esseri Possenti vengono mostrati negli insegnamenti non sono senza senso, ma sono ricolmi dei significati più profondi. E quando Lo vedete rappresentato come lo Yogi eterno con la corda nella Sua mano, seduto come un asceta in contemplazione, vuol dire che Egli è il supremo ideale della vita ascetica, e che gli uomini che si trovano in particolar modo sotto la Sua influenza devono lasciare la casa, la famiglia, i legami normali dell'evoluzione, e darsi completamente ad una vita di ascetismo, ad una vita di rinuncia, da condividere, anche se debolmente, con quel possente yoga con cui l'universo viene mantenuto in vita. Egli allora non si manifesta come Avatara, ma tali manifestazioni provengono da Lui che è Dio, lo Spirito dell'evoluzione che si sviluppa in tutte le forme. Ecco perché da Vishnu vengono tutti questi Avatara. Perché è Lui, con il Suo amore infinito, a dimorare in ogni forma che ha creato; con pazienza che niente può esaurire, con amore che nessuno può estinguere, con calma, con distaccata resistenza che nessuna follia umana può smuovere dalla sua pace eterna. Egli vive in ogni forma, scolpendola in base al modello che essa dovrà esternare, plasmandola, seguendo il Suo impulso, vincolando Se Stesso, limitando Se Stesso in modo che il Suo universo possa crescere, signore della vita eterna e della gioia, dimorante in ogni forma. Se comprenderete questo, non sarà difficile dire perché gli Avatara provengono solo da Lui. Chi altri dovrebbe prendere forma se non Colui che crea la forma? Chi altri dovrebbe lavorare con amore infinito, a parte Lui che, mentre l'universo esiste, vincola Se Stesso in modo che l'universo possa vivere e infine condividere la Sua libertà? Egli vincola Se Stesso in modo che l'universo possa essere libero. Chi altro si dovrebbe manifestare quando si manifestano necessità speciali? Ed Egli genera i grandi tipi. Lasciate che vi rammenti del Shrimad-Bhagavata, dove in nel terzo capitolo del Libro I viene data una lunga lista delle forme che prese Vishnu. Non solo i grandi Avatara, ma anche numerosi altri. Si dice che Egli sia comparso come Nara e Narayana, si dice che Egli sia comparso come Kapila. Prese anche forme femminili, e così via, e viene riportata una lunga lista di forme che Egli ha assunto. Leggendo il Mahabarata troviamo un passo molto illuminante, in cui Lo vediamo nella forma di Shri Krishna che spiega una profonda verità ad Arjuna. Egli puntualizza la legge di queste apparizioni: "Quando, o figlio di Pritha, vivo nel modo delle divinità, allora agisco in ogni modo come una divinità. Quando vivo tra i Gandharva, allora agisco sotto ogni aspetto come un Gandharva. Quando vivo tra i Naga, agisco come un Naga. Quando vivo come gli Yaksha, o come i Rakshasa, agisco in accordo con quell'ordine. Nato adesso come essere umano, devo agire come un essere umano." Una grande verità, una verità che pochi in questi tempi moderni riconoscono. Ogni tipo in quest'universo è buono; ogni tipo in quest'universo ha il suo posto, è necessario. Non esiste altra vita se non la Sua vita; come potrebbe qualunque cosa esistere separata dalla vita universale, senza la quale nulla può esistere? Parliamo di forme buone e cattive che, giustamente, riguardano la nostra evoluzione. Ma dal punto di vista più ampio del cosmo, il bene e il male sono termini relativi, e ogni cosa è bella agli occhi del Supremo che vive in ciascuno di noi. Come può venire in esistenza un tipo in cui Lui non possa vivere? Come può una qualsiasi cosa vivere e muoversi, se non ha la sua essenza in Lui? Ogni tipo ha il suo lavoro, ogni tipo ha il suo posto: il tipo Rakshasa quanto il Deva, così come il tipo Asura quanto il Sura. Lasciate che vi dia un piccolo esempio curioso, che comunque ha un certo effetto visivo. Volete spostare un palo che si trova su di un perno, come una montagna che fa ribollire il mare, un palo con i suoi due lati, chiamiamoli positivo e negativo. Il lato positivo, diciamo, viene spinto nella direzione del fiume (il fiume che scorre oltre a lato della nostra sala ad Adyar). Il lato negativo viene spinto in quella opposta. E quelli che lo stanno spingendo hanno le loro facce girate nella direzione opposta. Un uomo guarda il fiume, l'altro gli volge la schiena, guardando nella direzione opposta. Ma il palo gira in un'unica direzione anche se loro lo spingono in direzioni opposte. Lavorano attorno allo stesso cerchio, e il palo va sempre più veloce perché viene spinto dai due lati. Ecco l'immagine dell'universo. La forza positiva che chiamate Deva o Sura; il suo volto è girato, sembra, verso Dio. La forza negativa che chiamate Rakshasa o Asura; il suo viso sembra rivolto lontano da Dio. Ah no! Dio è ovunque, in ogni luogo del cerchio attorno a cui camminano; e loro seguono il Suo cerchio e fanno la Sua volontà e null'altro; poiché tutto infine trova riposo e pace in Lui. Di conseguenza, Shri Krishna stesso può incarnarsi nella forma di Rakshasa, e quando si troverà in quella forma Egli agirà come Rakshasa e non come Deva, facendo quella parte del lavoro divino con la stessa perfezione con cui fa l'altra, che gli uomini nella loro visione limitata chiamano il bene. Una grande verità difficile da afferrare. Dovrò ritornarci in questa sede parlando di Ravana, uno dei più potenti, forse il più potente di tutti i Rakshasa. E poi vedremo, se potremo seguirla, come funziona la verità profonda. Ma se nelle menti di alcuni di voi c'è esitazione nell'accettare le parole che leggo, ricordate che non sono mie, ma quelle del Signore che ha parlato della Sua propria incarnazione; Egli ha lasciato la Sua testimonianza perché voi apprendiate che Egli si è incarnato nella forma di Rakshasa ed ha agito secondo la convenzione di quell'ordine. Tralasciando per un istante l'argomento, c'è un altro punto importante di cui devo parlare, sempre a riguardo della necessità di Avatara, ed è questo: quando si sono manifestate le grandi Divinità centrali, da Loro poi nacquero sette Divinità che potremmo chiamare il secondo ordine. In Teosofia se ne parla come dei Logoi planetari, per distinguerli dai grandi Logoi solari, la Vita centrale. Ognuno di Essi ha a che fare con uno dei sette pianeti sacri e con la catena dei mondi connessa con quel pianeta. Il nostro mondo è uno degli anelli della catena, ed io e voi passiamo attorno a questa catena nelle successive incarnazioni durante le grandi fasi della vita. Il mondo il nostro mondo attuale è il globo mediano di una tale catena. Un Logos del secondo ordine presiede sull'evoluzione di questa catena di mondi. Egli mostra tre aspetti, riflessi dei grandi Logoi che si trovano al centro del nostro sistema. Avete forse letto del loto dai sette petali, il Saptaparnapadma; guardato con la vista superiore, osservato con la visione aperta del veggente, il possente gruppo di Entità creative e dirigenti sembra come un loto dai sette petali, e i Grandi si trovano nel cuore del loto. È come se voi poteste vedere un immenso fiore di loto espanso nello spazio, in cui le punte delle sette foglie sono le possenti Intelligenze che presiedono all'evoluzione delle catene di mondi. Questo simbolo del loto non è un semplice simbolo ma una grande realtà, com'è vista in quel meraviglioso mondo dal quale il simbolo è stato preso dai saggi. I grandi Rishi antichi videro con l'occhio aperto della conoscenza, videro il fiore di loto aperto nello spazio, e lo presero a simbolo del cosmo, il loto dai sette petali, ciascuno dei quali è un potente Deva che presiede ad una linea separata di evoluzione. Siamo principalmente in rapporto con il nostro Deva planetario e, attraverso di Lui, con i grandi Deva del sistema solare. Ora, il motivo per cui l'ho specificato è per spiegare una parola che ha confuso molti studenti. Mahavishnu, il grande Vishnu, perché quest'appellativo? Cosa si vuol dire quando si usa questa frase? Vuol dire il grande Logos solare, Vishnu nella Sua essenza naturale: ma c'è un riflesso della Sua gloria, un riflesso del Suo potere, del Suo amore, in una connessione più immediata con noi e il nostro mondo. Egli è il Suo rappresentante, come un viceré può rappresentare il re. Alcuni degli Avatara che troveremo provennero da Mahavishnu attraverso il Logos planetario, che è interessato alla nostra evoluzione e all'evoluzione del mondo. Ma il Purnavatara di cui ho parlato ieri è emanato direttamente da Mahavishnu, con nessun intermediario tra Se Stesso e il mondo che Lui va ad aiutare. Ecco un'altra distinzione tra il Purnavatara e quelli più limitati, che ieri non potevo menzionare, perché le parole usate, in quel momento, non sarebbero state comprese. Scopriremo domani, quando tratteremo degli Avatara Matsya, Kurma, e così via, che questi Avatara speciali, connessi con l'evoluzione di alcuni tipi in questo mondo, mentre indirettamente emanano da MahaVishnu, vengono tuttavia attraverso la mediazione del Suo possente rappresentante della nostra catena, la meravigliosa Intelligenza che converge il Suo amore e amministra il Suo volere, ed è il canale del Suo potere omnipervasivo e reggente. Quando inizieremo a studiare Shri Krishna scopriremo che non c'è nessun intermediario. Egli si palesa come il Supremo Stesso. E mentre negli altri casi c'è la Presenza che può essere riconosciuta come un intermediario, è assente nel caso del grande Signore della Vita. Lasciando l'argomento per una successiva elaborazione domani, cerchiamo di rispondere alla prossima domanda, "Come nasce dunque il bisogno di un Avatara?" perché nelle menti di alcuni, in modo molto naturale, sorge una difficoltà. La difficoltà è che molte persone meditative pensano che potrebbe essere formulata in questa maniera: "Certamente il piano per questo mondo si trova nella mente del Logos già dall'inizio, e certamente non possiamo supporre che Egli stia lavorando come un lavoratore umano, non comprendendo appieno ciò a cui Egli sta mirando. Egli dev'essere l'architetto come anche il muratore; deve pianificare anche come esecutore; non è come il muratore che mette una pietra nel muro dove gli vien detto, e non sa nulla dell'architettura dell'edificio al quale dà il suo contributo. Egli è un maestro costruttore, il grande architetto dell'universo, e tutto nel piano dell'universo deve trovarsi nella sua mente prima che l'universo abbia inizio. Ma se fosse così e non possiamo pensare altrimenti com'è possibile che sorga il bisogno di un intervento speciale? Il solo fatto che ci sia un intervento speciale non implica forse che sia nata una difficoltà imprevista? Se deve esserci un tipo di interferenza nello svolgimento del piano, non sembrerebbe forse come se nel piano originale qualche forza sia stata tralasciata senza alcuna considerazione, qualche difficoltà sottovalutata, qualcosa che è sorto senza che ci sia stata una preparazione? Se questo non è il caso, perché la necessità dell'intervento, come se fosse stato causato per incontrarsi con un evento inaspettato?" Una domanda naturale, giusta e comprensibile. Cerchiamo di rispondere. Non mi piace evitare le difficoltà, meglio affrontarle direttamente e vedere se esiste una risposta. Dunque, la risposta arriva attraverso tre direttive di approccio. Ci sono tre grandi classi di fatti, ognuna delle quali contribuisce alla necessità; e ognuna, prevista dal Logos, è definitivamente preparata per la necessità di una particolare manifestazione. La prima di queste tre direttive sorge da ciò che forse potrei chiamare la natura delle cose. Ho sottolineato all'inizio di questa conferenza il fatto che il nostro universo, il nostro sistema, fa parte di un qualcosa di più grande, non separato, non indipendente, non primario, in una scala comparabilmente più piccola nell'universo, il nostro sole un pianeta in un sistema più vasto. Cosa implica dunque? Riguardo alla materia, Prakriti, implica che il nostro sistema è costruito da materiale già esistente, da una materia già dotata di certe proprietà, da una materia che si espande nello spazio, e da cui ogni Logos trae i Suoi materiali, modificandoli secondo il Suo piano e in accordo con la Sua volontà. Quando parliamo di Mulaprakriti, la radice della materia, non intendiamo che esiste come la materia che conosciamo noi. Nessun filosofo, nessun pensatore, si sognerebbe di dire che ciò che si espande nello spazio è identico alla materia del nostro elementare sistema solare. È la radice della materia, ciò di cui tutte le forme della materia sono delle semplici modificazioni. Cosa implica? Implica che il nostro grande Signore, che ha fatto nascere questo sistema solare, prende la materia che ha già certe proprietà impresse da Uno più grande di Lui. In quella materia esistono tre guna in equilibrio, ed è il respiro del Logos che li getta fuori da quell'equilibrio e causa il movimento per cui il nostro sistema viene fatto esistere. Dev'esserci uno squilibrio, perché equilibrio vuol dire Pralaya, dove non c'è movimento o alcuna manifestazione di vita e forma. Quando la vita e la forma si manifestano, l'equilibrio è stato disturbato, e il movimento dev'essere liberato da ciò secondo cui il mondo sarà costruito. Ma nel momento in cui afferrate la verità vedete che devono esserci alcune limitazioni in virtù della materia stessa con cui la Divinità sta lavorando per la costruzione del sistema. È vero che al di fuori del Suo sistema, quando non è condizionato, vincolato e limitato da esso come Egli lo è per la Sua benevola volontà è vero che Egli sarebbe il Signore di quella materia in virtù della Sua unione con la Vita più possente al di sopra, ma quando per la costruzione del mondo Egli si limita entro la Sua Maya, allora deve lavorare all'interno delle condizioni di quei materiali che limitano la Sua attività, come ci è stato detto molte volte. Ora, quando durante l'incessante interazione di Sattva, Rajas e Tamas, Tamas ha preminenza, aiutato, per così dire, da Rajas, così che essi predominino su Sattva nella prevista evoluzione. Quando i due, combinati, battono il terzo, quando la forza di Rajas e l'inerzia e l'ottusità di Tamas, unendosi, controllano l'azione, l'armonia, le qualità di Sattva, allora sopravviene una delle condizioni in cui il Signore si mostra per restituire ciò che è stato disturbato nell'equilibrio nell'interazione dei tre guna, e ristabilendo un tale equilibrio permetterà all'evoluzione di continuare tranquillamente e di non essere controllata nel suo processo. Ristabilisce l'equilibrio di potere che dà il movimento ordinato, l'ordine alterato dalla cooperazione dei due in contraddizione con il terzo. In questi attributi fondamentali della materia, nei tre guna risiede la prima ragione della necessità di Avatara. Il secondo bisogno ha a che fare con l'uomo stesso, ed ora rispondiamo alla seconda e terza domanda sul bene e il male, di cui ho già parlato, Ishvara. Quando Egli ebbe a che fare con l'evoluzione dell'uomo lo dico con tutta reverenza si trovò di fronte ad un compito più difficile da svolgere rispetto a quello sull'evoluzione delle forme inferiori di vita. Su di esse la legge viene imposta, e queste forme devono obbedire al suo impulso. Sui minerali la legge è imperativa, ogni minerale si muove secondo la legge, senza interporre alcun impulso autonomo che si contrapponga alla volontà dell'Uno. Anche nel regno vegetale la legge viene imposta, ed ogni pianta cresce tramite un processo ordinato secondo la legge inerente in essa, sviluppandosi in maniera regolare e sul modello del suo ordine, non interponendo alcun impulso autonomo. Non solo, ma nel regno animale salvo forse quando veniamo ai suoi rappresentanti più elevati la legge è ancora una forza che sovrasta tutto, travolgendo ogni cosa che si trova davanti, trascinando con sé tutte le cose viventi. Una ruota che gira sulla strada potrebbe trainare sul suo asse una mosca alla quale è capitato di fermarsi lì; essa non costituisce alcun ostacolo all'avanzare della ruota. Se la mosca si posiziona sulla circonferenza della ruota e si oppone al suo movimento, viene schiacciata senza la minima vibrazione della ruota che gira; la forma esce fuori dall'esistenza, e la vita assume altre forme. Così è la ruota della legge nei tre regni inferiori. Ma per l'uomo non è così. Nell'uomo, Ishvara produce un'immagine di Se Stesso, contrariamente a quanto avviene nei regni inferiori. Nell'evolversi della vita, scaturisce una forza dopo l'altra, e nell'uomo comincia a sorgere la vita centrale, poiché è arrivato il tempo per l'evoluzione del potere sovrano della volontà, il movimento autonomo che è parte della vita del Supremo. Non fraintendetemi in quanto l'argomento è sottile; vi è una sola volontà nell'universo, la volontà di Ishvara, e tutto deve conformarsi a quella volontà, tutto è condizionato a quella volontà, e deve muoversi secondo i suoi dettami, e quella volontà delimita la linea retta dell'evoluzione. Non possono esserci deviazioni, né a sinistra né a destra. Vi è soltanto una volontà unica che, nel suo aspetto, per noi è libera, ma poiché la nostra vita è la vita di Ishvara Stesso, in quanto non vi è che un solo Sé e quel Sé è vostro e mio come pure Suo poiché Egli ci ha dato il Suo proprio Sé per diventare il nostro Sé e la nostra vita ad un certo stadio di questa meravigliosa evoluzione deve svilupparsi quel potere regale della volontà che si trova in Lui. E dall'Atma dentro di noi, che è Egli Stesso in noi, scaturisce la volontà sovrana negli involucri in cui l'Atma è come se fosse contenuto. Ora ciò che succede è questo: la forza esce fuori dagli involucri e dà a essi qualcosa della propria natura, e ciascun involucro comincia a creare un riflesso della volontà per conto proprio, e voi acquisirete l'IO del corpo che vuole andare in una direzione, e l'IO della passione o dell'emozione che vuole andare in un'altra direzione, e l'IO della mente che vuole andare in una terza direzione, e nessuna di queste direzioni è quella dell'Atma, il Supremo. Queste sono volontà illusorie dell'uomo, e vi è un solo modo per distinguerle dalla vera volontà. Ciascuna di esse è spinta nella sua direzione da attrattive esterne; il corpo dell'uomo vuole muoversi in una direzione particolare perché qualcosa lo attira, o qualcosa d'altro lo respinge: si muove verso ciò che gli piace, verso ciò che gli è congeniale. Si allontana da ciò che non gli piace, ciò da cui esso stesso si sente respinto. Ma il movimento del corpo non è che un movimento determinato dall'Ishvara esteriore, piuttosto che dall'Ishvara interiore, dal cosmo intorno e non dal Sé interiore, che non ha ancora assunto la padronanza del cosmo. Così con le emozioni e le passioni: esse sono trascinate in questa o quell'altra direzione dagli oggetti dei sensi, e "i sensi si muovono dietro i loro oggetti appropriati;" non è l'IO, il Sé che si muove. E così anche per la mente. "La mente è incostante e senza riposo. Oh Krishna, essa sembra così difficile da tenere a freno, come il vento," e la mente lascia che i sensi corrano dietro agli oggetti come un cavallo che ha spezzato le sue redini e corre via con il suo inesperto cavaliere. Queste forze potenziano i guna rajasici ed aiutano a creare quel predominio di cui parlo; tutti questi desideri sconsiderati che non si accordano alla volontà una sono tuttavia necessari affinché la volontà possa evolvere per allenare e sviluppare l'uomo. Vi domanderete perché. Come potete apprendere ciò che è giusto se non conoscete ciò che è sbagliato? Come potete scegliere il bene se non conoscete il male? Come potreste riconoscere la luce se non vi fosse il buio? Come potreste muovervi se non vi fosse alcuna resistenza? Le forze che sono chiamate oscure, le forze dei Rakshasa, degli Asura, di tutto quello che sembra operare contro Ishvara queste sono le forze che evocano la potenza del Sé nell'uomo; lottando contro di esse, le forze di Atma nell'uomo si sviluppano, e senza di esse egli rimarrebbe per sempre nel Pralaya. Questo è una pozza completamente stagnante in cui non vi è movimento, e lì vi troviamo corruzione e non vita. L'evoluzione della forza può essere ottenuta mediante lotta, sforzo ed esercizio, e poiché Ishvara costruisce uomini, e non bambini, Egli deve estrarre dagli uomini queste forze trascinandole via contro la loro stessa energia, stimolandole a combattere per ottenere la vita che altrimenti rimarrebbe avvolta in se stessa, vivificandola così nella manifestazione esterna. Nel seme la vita è latente, ma se voi lo abbandonate, essa non si sviluppa. Mettete il seme qui, su questo tavolo, e ritornateci tra un secolo; se lo ritroverete, esso sarà ancora un seme e nulla più. Così è anche l'Atma nell'uomo prima che l'evoluzione e la lotta siano cominciate. Piantate il vostro seme, in modo che le forze del terreno lo comprimano, e i raggi del sole dall'esterno producano vibrazioni che lavorano su di esso, e l'acqua della pioggia vi penetri attraverso il suolo e lo spinga a germogliare allora il seme comincerà a crescere; ma appena comincia a crescere troverà del terreno intorno. Come farà a crescere se non spingendo verso la terra e quindi portando fuori le energie di vita racchiuse in sé? E contro l'ostacolo del terreno le radici penetrano in giù, mentre l'estremità che cresce va in su, e sono evolute le forze che fanno germogliare il seme, e la pianticella spunta dal suolo. Allora viene il vento che soffia e cerca di estirparla, e perché essa possa vivere e non morire, affonda più profondamente le sue radici e dà a se stessa un sostegno migliore contro le forze battenti del vento, e così l'albero cresce contro le forze che cercano di abbatterlo. E se queste forze non ci fossero, non vi sarebbe stata alcuna crescita della radice. E così è per la radice di Ishvara, la vita in noi; se ogni cosa che ci circonda fosse liscia e facile, noi rimarremmo supini, in stato letargico, indifferenti; è la frustata del dolore, della sofferenza, della delusione, che ci fa progredire e tira fuori le forze della nostra vita interiore, che altrimenti non si svilupperebbero. Volete far crescere un uomo? Allora non 18
mettetelo su un divano con tanti cuscini intorno, non portategli il cibo né imboccatelo, perché così egli non muove alcun muscolo né esercita la mente. Ma portatelo in un deserto, dove non si trovano né cibo né acqua; lasciate che il sole picchi sulla sua testa, che il vento soffi su di lui; lasciate che la sua mente pensi a come soddisfare le necessità del corpo, e l'uomo crescerà in un uomo, non in un tronco inerte. Ecco perché ci sono delle forze che voi chiamate male. In quest'universo non vi è il male; tutto quello che ci viene da Ishvara è buono, ma qualche volta viene a guisa di male, affinché, opponendoci ad esso, possiamo far emergere la nostra forza. Allora cominciamo a capire che queste forze sono necessarie e rientrano nel piano di Ishvara. Esse mettono alla prova l'evoluzione, la rafforzano, cosicché l'evoluzione non fa il passo successivo finché non ha abbastanza forza per sostenersi, un passo reso stabile proprio dall'opposizione che lo precede. Ma quando, per le volontà conflittuali degli uomini, le forze che lavorano a ritardare e trattenere l'uomo finché egli sia capace di dominarle e quindi di progredire, quando queste forze sono potenziate dai desideri indisciplinati degli uomini, allora cominciano, per così dire, a minacciare il progresso, e prima che avvenga la sconfitta, vi è, dall'altro lato, un rafforzamento: la presenza dell'Avatara delle forze che incalzano l'evoluzione richiama la presenza dell'Avatara che porta al progresso dell'umanità. Arriviamo alla terza causa. L'Avatara non viene se non è chiamato. La terra, si è detto, è molto appesantita dal suo carico di male. "Salvaci, o Signore Supremo," i Deva vengono ed implorano. In risposta a quel grido invocativo il Signore appare. Ma cos'è quella che di proposito ho chiamato una `strana frase' per attirare la vostra attenzione, quando ho parlato di un Avatara del male? Per volontà del Supremo, vi è un essere incarnato nella forma, che mette insieme le forze che operano a ritardare l'evoluzione, in modo che, così riunite, esse possano essere distrutte dalle forze opposte del bene, e così è ristabilito l'equilibrio della bilancia, e l'evoluzione percorre il suo cammino prestabilito. I Deva operano per la gioia, la ricompensa del Cielo. La loro dimora è lo Svarga, ed essi servono il Supremo per la delizia che provano in quel luogo. Anche i Rakshasa Lo servono, primo per governare la terra, impugnare il potere, mantenerlo e gioire a loro volontà in questo mondo inferiore. Entrambe le parti servono per ricevere una ricompensa, e sono stimolate dalle cose che piacciono loro. Poiché il tempo a nostra disposizione sta per scadere, voglio farvi un grande esempio per mostrarvi come funzionano queste parti, parlandovi di Ravana di Lanka, e con questo esempio molto significativo possiamo dare forma concreta ad un concetto piuttosto difficoltoso ed astruso. Ravana, come tutti voi sapete, era la potente intelligenza, il Rakshasa che richiamò la venuta di Shri Rama. Ma guardiamo indietro nel passato: chi era Ravana? Custode del cielo di Vishnu, sorvegliante della porta del possente Signore, pio, bhakta totalmente devoto al Signore. Guardiamo al suo passato, e dove troviamo un bhakta di Mahadeva più assoluto nella devozione di colui che in seguito è diventato Ravana? Fu lui che gettò la sua testa nel fuoco in modo che Mahadeva potesse essere servito. Fu per lui, in onore del suo nome, che furono scritti alcuni degli stotra3 più squisiti, che traspirano lo spirito della devozione più completa; in uno di essi, come ricorderete, e difficilmente potreste portare la devozione a un livello più elevato, sono messe in bocca a Ravana parole rivolte a Mahadeva, che Lo descrivono circondato dalle forme più repellenti e indesiderabili, circondato da ogni lato da pisacha e bhuta [folletti maligni ed elementali] che a noi appaiono soltanto come l'incarnazione delle nere ombre della ghat4 che brucia, forme dalle quali ogni bellezza è stata strappata via. Egli piange in una passione d'amore: Meglio rivestirsi della forma di un pisacha,
Preghiere. n.d.t. La ghat è la cerimonia di cremazione hindu, e indica al tempo stesso la pira ardente. n.d.t.
così saremo ancor più vicini a Te e Ti aspetteremo. Com'è stato poi possibile che egli si sia trasformato nel distruttore di Sita e nemico di Dio? Voi sapete che tramite la mancanza d'intuizione, la mancanza di potere a riconoscere il significato di un ordine, non seguendo le parole dello spirito, seguendo l'esteriore e non l'interiore, egli rifiutò di aprire la porta del cielo quando Sanat Kumara venne e chiese d'entrare. Affinché ciò che era lacunoso potesse essere riempito, ciò che si cercava fosse ottenuto, ciò che era chiamata una maledizione fosse pronunciata, una maledizione che era la naturale reazione derivante dall'errore. Gli fu domandato: "Vuoi sette incarnazioni in cui sarai in amichevole rapporto con Vishnu, o tre in cui tu sarai Suo nemico e ti opporrai a Lui?" E poiché egli era un vero bhakta e ogni momento lontano dal suo Signore significava per lui un inferno di torture, scelse le tre incarnazioni come nemico, che gli avrebbero permesso di ritornare al più presto ai Piedi dell'Amato, piuttosto che sette anni di felicità e di amicizia. Meglio un breve periodo di totale inimicizia piuttosto che un periodo più lungo in cui rimanere lontano sotto l'apparenza della felicità. Era amore, non odio, il sentimento che gli fece scegliere la forma di un Rakshasa piuttosto che quella di un Rishi. Questa è la prima chiave esplicativa. Quindi, incarnandosi nella forma di un Rakshasa, egli doveva compiere il suo dovere come Rakshasa. Non era un uomo debole da essere influenzato da un pensiero momentaneo, da oggetti passeggeri. Egli possedeva tutto il sapere dei Veda. Con lui, fu detto, svanì la sapienza dei Veda. Egli conosceva il suo dovere. Ma qual'era questo dovere? Richiamare tutte le forze che erano nella sua possente natura, in modo da controllare l'evoluzione, e richiamare così tutte le forze evocabili nell'uomo per opporre l'energia che doveva essere dominata; per raccogliere intorno a lui tutte le forze che si opponevano all'evoluzione; per fare di se stesso il re del tutto, il centro e il legislatore di ogni forza che si opponeva alla volontà del Signore; di radunarle come fossero in una sola testa, di convocarle come fossero in un solo braccio; così, quando il loro apparente trionfo causato dal grido della terra raggiunse Vishnu, la risposta poteva venire dall'Avatara di Rama, ed esse potevano essere distrutte affinché l'onda di vita proseguisse. Egli compì nobilmente la sua opera, svolse in modo esauriente il suo dovere. Si dice che persino i saggi siano confusi riguardo al Dharma, e in verità esso è sottile e difficile da afferrare nella sua totalità, sebbene il frammento che l'uomo vede possa essere abbastanza semplice da decifrare. Il Suo Dharma era il Dharma di un Rakshasa, di convogliare cioè tutte le forze del male contro Colui che egli, nell'interiorità della sua anima allora annebbiata, amava. Quando Shri Rama venne, e vagava nella foresta, come avrebbe potuto ferirlo se non privandolo della vita della Sua vita, la sua amata Sita, e venire quindi nel mondo a compiere la Sua opera? Portandogli via l'unica cosa alla quale Egli era fedele, portandogli via la moglie che Egli amava come il proprio Sé, nascondendola nel luogo dove tutte le forze del male si erano radunate, creando così una testa di distruzione che la freccia di Shri Rama poteva distruggere. Allora, fu combattuta fino all'ultimo sangue l'imponente battaglia, la battaglia con tutte le forze della sua grande natura, che gli obbedivano incondizionatamente secondo i decreti della legge; il debito era stato pagato; e allora ah, allora lo strale dell'Amato,5 poi la freccia di Shri Rama che troncò la testa del Rakshasa, in apparenza Suo nemico, ma in verità Lo strale che Shri Rama scoccò era un'arma (brahmastra) che apparteneva a Brahma, e tramandata dai Saggi. Il brahmastra era unto di grasso e sangue, e fumava come il fuoco eterno, era duro e aveva un suono profondo. n.d.t.
Suo devoto. E dal cadavere del Rakshasa che era caduto sul campo vicino Lanka, il devoto andò su a Goloka [il nome di uno dei cieli] per inginocchiarsi ai piedi dell'Amato e riposare per un pò finchè la terza incarnazione dovesse essere vissuta. Tali sono dunque alcune delle ragioni della modalità in cui è portata avanti la venuta di un Avatara. E la mia ultima parola a voi, fratelli miei, oggi non è altro che una frase, per evitare le possibilità di un errore che potrebbe sorgere addentrandoci in questi abissi del pensiero. Ricordate tuttavia che tutti i poteri e tutte le forze sono Suoi, i Rakshasa come i Deva, gli Asura come i Sura; ricordate che per la vostra evoluzione dovete essere dalla parte del bene e combattere fino all'ultimo contro il male. Non lasciate che i pensieri che ho suscitato in voi vi portino in un abisso, un inferno in cui potreste morire per un certo periodo di tempo, e cioè che siccome il male è relativo ed esiste a causa della volontà unica, poiché il Rakshasa gli appartiene, come pure il Deva vi schiererete con esso e percorrerete quel sentiero. Questo non va fatto. Se vi piegherete all'ambizione e all'orgoglio, se vi metterete contro il volere di Ishvara, se combatterete per la separatività del sé, se oggi vi identificherete con voi stessi quali eravate nel passato che avete vissuto, invece che con il futuro verso il quale dovreste dirigere i vostri passi, se il vostro Karma è ad un certo stadio, passerete nei ranghi di coloro che operano come nemici, perché avrete scelto quel fato per voi stessi, seguendo la natura inferiore. Allora con un'amara pena interiore anche se con completa sottomissione accettando il Karma, ma con dolore profondo, dovrete lavorare al di là del vostro volere contro la volontà dell'Amato, e sentire l'angoscia della lacerazione che separa la vita interiore da quella esteriore. La volontà di Ishvara per voi è evoluzione; queste forze sono create per aiutare la vostra evoluzione ma solo se voi le combattete. Se invece vi arrenderete loro, allora esse vi trascineranno via, e quindi non potrete richiamare la vostra forza personale, ma solo incrementare queste forze. Quindi, o Arjuna, sollevati e combatti. Non rimanere supino; non cedere a queste forze; esse sono lì per opporsi alle tue energie e succhiarle, e tu non devi abbatterti sul fondo del carro. La mia ultima parola è la parola di Shri Krishna ad Arjuna: "Prendi il tuo arco, alzati e combatti."
TERZA CONFERENZA
Alcuni Avatara Speciali L'argomento di questa mattina, fratelli miei, da un lato è facile e dall'altro è difficile, perché le storie degli Avatara possono essere facilmente raccontate e prontamente comprese; difficile perché il significato che si nasconde sotto queste manifestazioni potrebbe risultare poco familiare, e non essere pienamente compreso da chi lo ascolta individualmente. E io devo cominciare con un discorso generale riguardo questi Avatara speciali. Ricorderete che vi detto che tutto l'universo dev'essere considerato come l'Avatara del Supremo, l'Autorivelazione di Ishvara. Ma qui non sto trattando di quell'Auto-rivelazione in generale, né stiamo considerando le molte rivelazioni che sono avvenute di epoca in epoca, evidenziate da particolari caratteristiche; abbiamo visto, riferendoci ad un paio di antichi scritti, che sono elencate molte venute del Signore, e oggi parleremo solo di alcuni di questi avventi, di quelli che sono accettati comunemente come Avatara. Ora, su un solo punto mi sono sentita confusa fin dall'inizio, e non so se nella vostra letteratura exoterica sia fatta chiarezza su questo punto, cioè come questi dieci Avatara siano stati individuati, chi era la persona che li aveva scelti da una lista più lunga, e su quale autorità poggia quella lista. Su questo punto devo semplicemente affermare che la mia domanda è senza possibilità di risposta. Potrebbe essere un argomento familiare per chi ha fatto delle ricerche nel campo della letteratura exoterica. Comunque, non è un punto talmente importante da sprecare tempo e fatica in quella che chiamiamo la via della ricerca occulta. Quindi, lo metto da parte, perché vi è un solo motivo per cui alcuni di questi punti si distinguono in modo chiaro e definito. Essi indicano gli stadi nell'evoluzione del mondo. Puntualizzano nuove partenze nella crescita della vita che si sviluppa, e se questo era il motivo sottostante alla scelta exoterica io non sono in grado di dirlo; ma certamente quel motivo è in se stesso sufficiente a giustificare la speciale distinzione che viene fatta. C'è da considerare un altro punto in generale. Nei Purana si trovano descrizioni di questi Avatara; allusioni ad essi, a un ordine o l'altro, si trovano in altre scritture antiche, ma al momento in cui scendiamo nei dettagli dobbiamo ritornare alle descrizioni puraniche; come sappiamo, i saggi, nell'elaborare questi Purana, molto spesso descrissero le cose così come vengono viste sui piani superiori, raffigurando la verità che sta sotto i fatti e gli avvenimenti; abbiamo delle apparizioni rappresentate con suoni molto strani nel mondo inferiore; vi troviamo l'asserzione di fatti che oggi sollevano molti dubbi. Quando leggiamo nei Purana di strane forme e meravigliose apparizioni, quando leggiamo racconti di creature che non assomigliano ad alcuna cosa di cui abbiamo mai sentito o immaginato, la mente moderna, con i suoi angusti limiti, tende a rivoltarsi contro questi racconti, allenata solo nei limiti della scienza dell'osservazione, per cui è necessariamente circoscritta entro quei limiti, e quei limiti sono di una portata troppo vincolante. Sono limiti che appartengono solo a questo periodo moderno, moderno per gli uomini, nel vero senso del termine, anche se le ricerche geologiche si estendono naturalmente molto lontano, in quella che in questo diciannovesimo secolo chiamiamo la notte del tempo. Ma dovete ricordare che la geologia di oggi va oltre il periodo storico, che è un semplice momento nella storia del mondo, ed ha molte più supposizioni che fatti, più teorie che prove. Se prendete una mezza dozzina di geologi odierni e chiedete a ciascuno di loro, a turno, la datazione del periodo la cui testimonianza resta in un piccolo numero di fossili raccolti, troverete che quasi ogni geologo attribuisce una data diversa, e che questi fossili hanno differenze di milioni di anni, sebbene siano soltanto i nostri secondi o minuti. Dovete ricordare, in ciò che la scienza può dirvi del mondo, comunque accurata possa essere entro i suoi confini, che questi limiti sono estremamente ristretti, e per limiti intendo uando essi vengono misurati da una panoramica che ritorna indietro kalpa dopo kalpa, e sa che la mente del Supremo non è limitata alle manifestazioni di poche centinaia di migliaia di anni, ma va indietro di milioni e milioni, centinaia di milioni di centinaia di milioni di anni, e che le varietà della forma, le enormi differenze di tipi, i meravigliosi generi di creature che sono scaturiti da quell'immaginazione creativa, trascendono effettivamente tutto ciò che l'uomo possa supporre, e che le immagini più azzardate create dall'uomo cadono di fronte alle realtà che veramente sono esistite nei kalpa passati, attraverso cui l'universo è passato. Qualche consiglio è necessario, e voglio anche dirvi che sui piani superiori le cose appaiono molto diverse da come appaiono qui, dove abbiamo solo un riflesso parziale di quelle forme superiori di esistenza. Lì lo spazio ha più dimensioni di quante ne abbia sul piano fisico, e ogni dimensione dello spazio aggiunge una nuova varietà fondamentale alla forma; se, per illustrare ciò, dovessi usare una similitudine come ho spesso fatto, forse potrei darvi una piccola idea di quello che intendo dire. Delle due similitudini che vi proporrò, ciascuna fa un pò di chiarezza su un argomento molto difficoltoso. Supponiamo che vi sia presentato un disegno di forma solida; il quadro, essendo creato dalla penna o dalla matita su un foglio di carta, deve mostrare sul foglio, che praticamente è a due dimensioni la superficie di un piano una forma tridimensionale; per cui, se volete rappresentare un oggetto solido, un vaso, dovete disegnarlo piatto, e potete solo raffigurare la solidità di quel vaso ricorrendo a certi accorgimenti di luci ed ombre, ad una tecnica artificiale che è chiamata prospettiva, per rendere una somiglianza illusoria della terza dimensione. Sulla superficie del piano voi tracciate un'apparenza solida, e l'occhio è ingannato nel pensare di vedere un solido, quando in realtà sta guardando una superficie piatta. Ora, in verità, se mostrate questo disegno a un selvaggio sottosviluppato, o a un bambino piccolo, essi non vedranno un solido ma solo una superficie piatta, non riconosceranno che il disegno è quello di un oggetto solido che hanno visto nell'ambiente circostante; non vedranno che quella rappresentazione artificiale significa mostrare un solido familiare, e quindi esso è guardato senza produrre alcuna impressione sulla mente; solo l'allenamento dell'occhio ci rende capaci di vedere su una superficie piatta il disegno di una forma solida. Ora, con uno sforzo dell'immaginazione, potreste pensare a un solido come a una rappresentazione di una forma con una dimensione in più, mostrata da un tipo di prospettiva? Allora potete farvi una vaga idea di cosa intendiamo quando parliamo di un'ulteriore dimensione nello spazio. Come il disegno sta al vaso, così sta il vaso rispetto ad un oggetto superiore del quale lo stesso vaso è un riflesso. Così è se pensate anche, per così dire, al fiore di loto di cui vi ho parlato ieri; poiché ha proprio le punte delle foglie sull'acqua, ciascuna punta apparirebbe come un oggetto separato. Voi sapete che esse sono parti di un solo oggetto; ma venendo sulla superficie dell'acqua voi vedrete solo delle punte per ciascuna foglia del loto dai sette petali. Così ogni globo nello spazio è un oggetto apparentemente separato da tutto, mentre in realtà non è separato affatto, ma è parte di un insieme che esiste in uno spazio a più dimensioni; e la separatività è una pura illusione dovuta ai limiti delle nostre facoltà. Ora, ho premesso quest'introduzione per mostrarvi che quando leggete i Purana voi considerate coerentemente il fatto sul piano superiore descritto in termini di quello inferiore, con il risultato che sembra incomprensibile, inintellegibile; allora avete ciò che è chiamata un'allegoria, cioè una realtà che quaggiù sembra una fantasia, ma che è una verità più profonda dell'illusione della materia fisica, e più vicina alla realtà delle cose, più delle cose che chiamate oggettive e reali. Se seguite completamente questa linea di pensiero leggerete i Purana con più intelligenza e certamente con maggior reverenza di quanto possa fare il moderno indù nel leggerli, e comincerete a comprendere che quando si apre un'altra visione, vediamo le cose in maniera diversa da come le possiamo vedere sul piano fisico, e che ciò che sembra impossibile sul piano fisico è ciò che in realtà è realmente visto quando oltrepassiamo limiti fisici. Queste storie provengono dai Purana. Prendiamo in considerazione tre Avatara separatamente dal resto, per una ragione che capirete immediatamente man mano che cominceremo ad addentrarci nell'argomento. Prendiamo l'Avatara detto Matsya, o il pesce; l'Avatara detto Kurma, o la tartaruga; l'Avatara detto Varaha, o il cinghiale. Tre forme di animali, che strano, pensa l'erudito uomo moderno! Che strano che il Supremo debba prendere le forme di questi animali inferiori, un pesce, una tartaruga, un cinghiale! Che ingenuità infantile!" "Il vagito di una razza nella sua infanzia," dicono i pandit del mondo occidentale. Ma non siate così sicuri. Perché questa straordinaria presunzione della forma umana? Perché dovremmo essere i soli veicoli meritevoli della Divinità che è scaturita dalla Mente sconfinata nel percorso delle Ere? Che cosa c'è in questa particolare forma di testa, braccia e torace, da essere il solo veicolo degno di servire alla manifestazione del supremo Ishvara? Non vedo niente di così meraviglioso nella semplice forma esteriore da renderla la sola degna di rappresentare alcuni degli aspetti del Supremo. E non potrebbe essere che dal Suo punto di vista queste grandi differenze che vediamo tra noi stessi e quelle che chiamiamo le forme inferiori di vita siano quasi impercettibili, in quanto Egli le trascende tutte? Un bambino piccolo vede un'immensa differenza tra sé, che è alto un metro, e un bambino alto solo 60 centimetri, e pensa di essere egli stesso un uomo al confronto con quella piccola forma che si rotola incapace di camminare. Ma l'uomo adulto non vede tanta differenza nell'altezza dei due bambini, e uno sembra molto simile all'altro. Quando siamo piccoli notiamo grande differenza tra noi stessi e gli altri, ma dalla cima della montagna una baracca e un palazzo non differiscono molto. Essi sembrano come un formicaio, tutti della stessa altezza. E così dal punto di vista di Ishvara, nelle vaste gerarchie dal minerale al Deva più elevato, le distinzioni non sono altro che che formicai in confronto a Se Stesso, e una forma o l'altra è egualmente degna, perché esprime il Suo proposito e manifesta la Sua volontà. Parliamo, a proposito dell'Avatara Matsya, della storia che tutti conosciamo: quando il grande Manu, Il Manu Vaivasvata, il Manu Radice, come lo chiamiamo cioè, il Manu non di una sola razza, ma di una grande ronda completa di evoluzione cosmica, che presiede ai sette globi che sono collegati all'evoluzione del mondo quel Manu maestoso, un giorno che era seduto in contemplazione, vide un piccolo pesce che annaspava nell'acqua; mosso da compassione, come lo sono tutti i grandi esseri, Egli raccolse il piccolo pesce e lo mise in un recipiente, e il pesce crebbe finché raggiunse la capacità del recipiente; e allora Egli lo mise in un recipiente più grande; in seguito, in una vasca, poi in un laghetto, in un fiume, nel mare, e il meraviglioso pesce crebbe ancora, sempre di più. Arrivò il momento in cui stava per sopraggiungere un grande cambiamento, uno di quei cambiamenti chiamati un pralaya minore, ed era necessario che i semi della vita fossero trasportati in quel pralaya fino al manvantara successivo, che sarebbero stati un pralaya e un manvantara minori. Che cosa significa? Significa un passaggio dei semi di vita da un globo all'altro, da ciò che chiamiamo il globo che precede il nostro, fino alla nostra terra. E' compito del Manu Radice, con l'aiuto e la guida del Logos planetario, trasferire i semi di vita da un globo al successivo, in modo da piantarli un un nuovo terreno dove sia possibile un'ulteriore crescita. Quando le acque aumentarono, quando le acque della materia sommersero il globo che stava entrando in pralaya, allora apparve un'arca, un vascello; in questo vascello si fermò il grande Rishi insieme agli altri, e portarono via i semi di vita, e mentre Essi salivano, sulle acque apparve un enorme pesce, e il vascello fu agganciato con una corda intorno alla coda di quel pesce, che trasportò in modo sicuro il vascello fino alla terraferma dove il Manu ricominciò il Suo avoro. Una storia! Sì, una storia! Ma una storia che racconta una verità, poiché in essa vediamo che ha luogo la storia del mondo, e vediamo sorgere il vasto oceano di materia, vediamo il Manu Radice e con Lui i grandi Iniziati che raccolgono i semi di vita dal mondo il cui lavoro era concluso, trasportandoli sotto la guida del Vishnù planetario e con il Suo aiuto verso un nuovo globo dove è dato un nuovo impulso alla vita; e la ragione per cui fu scelta la forma del pesce era semplicemente perché, nel costruire nuovamente il mondo, esso era dapprima coperto dall'acqua, e solo quel tipo di vita era originariamente possibile per quanto riguardava la vita fisica più densa. Abbiamo quel primo stadio che i geologi chiamano Epoca Siluriana, l'Era dei pesci, quando la grande manifestazione divina apparve in tutte queste forme di vita. Giustamente questo Purana comincia dal Kalpa precedente, e giustamente dà inizio alla manifestazione con la manifestazione nella forma del pesce. Dopo tutto non è così ridicolo, come vedete, quando leggiamo in base alla conoscenza e non in base all'ignoranza; una verità, poiché i Purana sono pieni di verità, se solo fossero letti con intelligenza e non con pregiudizio. Ma qualcuno di voi potrebbe asserire che vi è confusione riguardo questi primi Avatara; in diversi racconti troviamo che il Cinghiale sta per primo; è vero, ma la chiave esplicativa è questa: l'Avatara Cinghiale inizia quell'evoluzione che fu seguita poi da quella umana, mentre gli altri due Avatara si riferiscono a grandi fasi, ciascuna delle quali è considerata come un kalpa separato; e se leggerete il Vishnu Purana vi troverete la chiave. Quando si comincia a parlare dell'incarnazione del Cinghiale, vi è una frase che indica che gli Avatara Matsya e Kurma appartengono a Kalpa precedenti. Ora, se prendiamo la nomenclatura teosofica, troviamo che ciascuno di questi kalpa si estende per una Razza Radice, come noi la chiamiamo, e ricordate che la prima Razza Radice dell'umanità non aveva proprio forma umana ma era semplicemente una massa fluttuante capace di vivere nelle acque che allora ricoprivano la terra, e che mostravano solo i movimenti protoplasmatici ordinari connessi con un simile tipo di vita e che erano possibili a quello stadio evolutivo. Era piuttosto un seme della forma che una forma in se stessa; era il seme piantato dal Manu nelle acque della terra, che si sarebbe evoluto al di fuori di quell'umanità. Ma il corso generale dell'evoluzione fisica passò attraverso lo stadio del pesce; e la geologia qui conferma un fatto vero, anche se non ne comprende, naturalmente, il significato nascosto, mentre il Purana ci dà la realtà della manifestazione, e la verità più profonda che sta dietro gli stadi del mondo che evolve. Quindi troviamo, proseguendo, che questa grande Era passò, e il mondo cominciò ad emergere dalle acque. In che modo quindi verranno prodotti i nuovi tipi affinché l'evoluzione potesse proseguire? Il successivo grande tipo dev'essere adatto sia alla terra che all'acqua; poiché il successivo stadio della terra mostra che le acque si ritirano gradualmente e appare la terra, e le creature che sono la caratteristica evidente di quell'Era devono vivere parzialmente sulla terra e parzialmente in acqua. Qui si palesa ancora la manifestazione del tipo di vita, questa volta di ciò che chiamiamo il tipo rettile; la tartaruga è scelta come creatura tipica; e mentre identifica il tipo da evolvere, rettili, creature anfibie di ogni tipologia, pullulano sulla terra, adattandosi sempre di più, nelle loro caratteristiche, alla terra, man mano che aumentano le porzioni della terra rispetto all'acqua. Nel frattempo, nella "sacra terra imperitura," avviene la preparazione per un'ulteriore evoluzione. Esiste una parte del globo che non cambia e rimarrà finché esisterà il globo; è chiamata "terra imperitura". Qui si radunano i grandi Rishi, e da li essi verranno sempre per aiutare l'uomo; questa è la sacra terra imperitura, a volte chiamata il "sacro polo della terra." Il polo stesso esiste non solo sul piano fisico ma anche su quello superiore, e il suo riflesso, riflettendosi in basso, crea, per così dire, un luogo che non cambia mai, ma è sempre protetto dall'intrusione profana dell'uomo comune. Lì ha luogo un fenomeno molto istruttivo. Il tipo dell'evoluzione precedente, la Tartaruga, il Logos in quella forma, rende Se Stesso la base della rotazione dell'asse dell'evoluzione. Ciò è raffigurato dal Mandara, la montagna che, posta sopra la tartaruga, è fatta ruotare dalle legioni di Sura e Asura, i primi tirando la testa del serpente, e i secondi la coda le forze positive e negative di cui ho parlato ieri. Così nella materia inizia il rimescolamento, evolvendo tipi di vita. Il prototipo evolve sempre prima della manifestazione inferiore, e appare prima che le sue copie nascano nel mondo inferiore. E come gli stessi discepoli dei grandi Istruttori hanno spesso visto, accade proprio la stessa cosa; il rimescolamento delle acque della materia produce tutti i tipi dei molti generi e specie che sono prodotti nel mondo inferiore; questi sono gli archetipi, come noi li chiamiamo, delle classi e delle creature, sempre creati in vista del prossimo passo dell'evoluzione. Gli archetipi sono generati uno per uno: l'elefante, il cavallo, la donna, e così via, uno dopo l'altro, mostrando il percorso lungo il quale procede l'evoluzione. E primo di tutto fuoriesce l'Amrita, il nettare dell'immortalità, simbolo della vita Una che passa attraverso ogni forma e quella vita che appare sopra le acque è una conquista necessaria affinché ogni forma possa vivere. Non possiamo indugiare nei dettagli, posso solo tracciarne sommariamente lo schema, mostrandovi come sia reale la verità che giace dietro la storia, e man mano che essa procede e i tipi sono pronti, sopravviene la sommersione del mondo sotto l'acqua, e i grandi continenti svaniscono per un periodo. Allora giunge il terzo Avatara, il Varaha. Nessuna terra è visibile; le acque del diluvio l'hanno sommersa. I tipi che devono essere prodotti sulla terra attendono nelle zone elevate il luogo in cui si manifesteranno. Come farà la terra a sollevarsi al di sopra delle acque che l'hanno sommersa? Ora, ancora una volta, c'è bisogno del grande Aiutante, il Dio, il Protettore dell'Evoluzione. Allora, sotto l'aspetto di un possente Cinghiale, la cui forma riempiva il cielo, immergendosi nelle profondità delle acque che soltanto Lui poteva separare, il Grande Essere discende. Egli solleva la terra dalla regione inferiore in cui giaceva nell'attesa della Sua venuta; e la terra riemerge ancora da sotto la superficie del diluvio, e il vasto continente della Lemuria è la terra di quella prima Era remota. Qui la scienza ha qualcosa da dire, abbastanza esattamente, cioè che sul continente della Lemuria si svilupparono molti tipi di vita, e i mammiferi vi fecero la prima apparizione. Proprio così, ed è esattamente quello che i saggi insegnarono migliaia e migliaia di anni fa: che quando il Cinghiale, il grande tipo dei mammiferi, si tuffò nelle acque per portare in superficie la terra, allora ebbe inizio l'evoluzione dei mammiferi, e il continente così salvato dalle acque fu popolato dalle forme del regno dei mammiferi. Proprio come il Pesce rappresentava l'epoca Siluriana, così il Cinghiale, quel tipico mammifero, diede il via all'evoluzione dei mammiferi; occupiamoci ora del continente Lemuriano con la sua straordinaria varietà di forme di vita mammifera. Dopo tutto, non erano così ignoranti, come vedete, gli scritti antichi, poiché l'uomo oggi sta solo riscoprendo ciò che è stato a conoscenza dei discepoli dei Rishi per migliaia e migliaia di anni. Passiamo quindi a una strana incarnazione su questo continente della Lemuria: esistevano tremendi conflitti; ci stiamo avvicinando a ciò che nella nomenclatura teosofica è la metà della Terza Razza, e tra poco l'uomo, come uomo, apparirà con tutte le caratteristiche della sua natura. Egli non è ancora propriamente un uomo: si vedono strane forme, metà umane e metà animali, veramente mostruose; terribili battaglie sorgono tra queste forme mostruose nate dalla melma, com'è chiamata dagli scarti delle precedenti creazioni e la vita superiore in cui è racchiusa l'evoluzione futura. Queste forme sono rappresentate nei Purana come quelle della razza dei Daitya, che combatterono contro le manifestazioni dei Deva, e che conquistarono i Deva di epoca in epoca, li assoggettarono e governarono sulla terra come sul cielo, mettendo ogni cosa sotto la loro influenza. Possiamo leggere nelle splendide Stanze del Libro di Dzyan, come ce l'ha trasmesso H. P. B., alcuni cenni, di cui abbondano i Purana, di quell'immane lotta degli ultimi giorni, un fatto assolutamente storico che molti di noi hanno visto. Ci viene insegnato ripetutamente di un terrificante conflitto di forme, le forme del passato, mostruose nella loro forza e nella loro statura, contro cui i Figli della Luce combattevano, e contro cui discesero i grandi Signori della Fiamma. Uno di questi conflitti, il più cruento di tutti, è raccontato nella storia dell'Avatara conosciuto come quello di Narasimha l'Uomo-Leone. Conoscete la storia, quale indù non conosce la storia di Prahlada? In lui abbiamo tipicizzato la spiritualità nascente che dev'essersi mostrata nelle razze superiori dei Daitya, poiché esse passarono definivamente nell'evoluzione umana, e la loro forma diede il via alla possibilità che nascesse l'uomo sessuato. Non mi soffermo sulla storia così familiare del devoto di Vishnu; come suo padre Daitya s'ingegnò per ucciderlo perché il nome di Hari era sempre sulle sue labbra; come allora egli tentò di abbatterlo con una spada, e la spada cadde dal collo del bambino frantumandosi; come egli allora cercò di avvelenarlo, e Vishnu apparve e ingoiò prima il riso avvelenato, in modo che il bambino potesse mangiarlo con il nome di Hari sulle labbra; come suo padre tentò di farlo morire tramite un elefante furioso, il morso di un serpente, gettandolo in un dirupo, e lapidandolo. Ma sempre l'implorazione "Hari, Hari," lo salvò, poiché nell'elefante, nel morso del serpente, nel dirupo, e nella pietra, Hari era sempre presente, e il suo devoto fu salvo per la sua presenza: come infine, quando il padre, contestando l'onnipresenza della Divinità, indicò una colonna di pietra e disse, con parole volgari: "Il tuo Hari è anche nella colonna?" "Hari, Hari," gridava il bambino, e la colonna esplose a pezzi, e la possente forma venne, e fece ruotare rapidamente il Daitya che dubitava, affinché potesse accettare l'onnipresenza del Supremo. Una storia? Fatti, non finzioni; verità, non immaginazione; e se potete guardare indietro fino al tempo di queste lotte, non vi vedrete nulla di strano o anormale in questa storia; poiché potete vedere che essa si ripete con meno vividezza nelle lotte minori in cui i Figli del Fuoco liberavano e redimevano la terra, affinché la futura evoluzione umana recente potesse avvenire. Passiamo da questi quattro Avatara, ciascuno dei quali viene durante quello che è chiamato il Satya Yuga della terra non della razza, ricordatelo, non del ciclo più piccolo, ma della terra il Satya Yuga della terra nel suo insieme, quando i periodi di tempo erano immensamente lunghi, e quando il progresso era incredibilmente lento. Poi si passa all'epoca successiva, che chiamiamo il Tetra Yuga, che nella cronologia teosofica è ed io metto i due insieme in modo che gli studenti possano seguirne i dettagli la metà della Terza Razza, quando l'umanità ricevette la luce dall'alto, e quando l'uomo, come uomo, comincia ad evolversi. Da cosa è marcata quest'evoluzione? Dalla venuta del Supremo in forma umana, come Vamana, il Nano. Il Nano? Sì, poiché l'uomo era ancora un nano nella sua vera dimensione umana, anche se era enorme nell'aspetto esteriore; ed Egli venne come l'uomo interiore, piccolo, ma più forte della forma esteriore; contro di lui c'era Bali, il potente, che mostrava la forma esteriore, mentre Vamana, il Nano, raffigurava l'uomo che sarebbe diventato. E quando Bali ebbe offerto un grande sacrificio, il Nano, come brahmana, venne ad elemosinare. È curiosa questa questione della casta degli Avatara. Una volta che siano pervenuti alla forma umana, Essi sono quasi dei kshattrya, come voi sapete, ma in due casi Essi sono brahmana, e questo è uno di loro; poiché Egli stava andando ad implorare, e il Kshattrya non può farlo. Solo colui che considera nullità le ricchezze della terra, che non ha alcun tesoro da conservare, per il quale l'oro e l'argento sono una cosa sola, soltanto lui può andare ad elemosinare. Egli era un antico brahmana, non un moderno brahmana. Egli venne a implorare il re con la ciotola dell'elemosina nella mano; perché, a che serve un sacrificio se qualcosa non viene offerta in sacrificio? Ora Bali era un pio governatore, del tipo dell'evoluzione che stava scomparendo, e felicemente diede la benedizione. "Brahmana, prendi la tua benedizione," disse. "Io chiedo soltanto tre passi della terra," disse il Nano. Sicuramente tre passi della terra di quel piccolo uomo non avrebbero coperto molta parte della terra, e il grande re, con il suo dominio sul mondo poteva ben concedere i tre passi richiesti al basso e striminzito Nano. Ma un solo passo coprì la terra, e il successivo coprì il cielo. Dove si sarebbe posato il terzo passo, dove, in modo che il dono potesse essere completato? Niente fu lasciato da dare a Bali, tranne se stesso; niente per rendere completo il suo dono e la sua parola non poteva essere ritirata tranne il proprio corpo. Così, riconoscendo il Signore di tutto, egli si gettò su di Lui, e il terzo passo, fatto sul suo corpo, completò la promessa del re e fece di lui il governatore delle regioni inferiori di Patala. Questa è la storia, così piena di significato. Quest'uomo interiore così piccolo a quello stadio ma in verità così potente, che doveva governare sia la terra che il cielo non poteva trovare per il suo terzo passo alcun luogo da calpestare, se non la sua natura inferiore; egli doveva elevarsi per sempre verso l'alto; ciò è sottinteso nel terzo passo che fu fatto. È un'esauriente idea dell'evoluzione che va avanti, la meravigliosa evoluzione che stava ora cominciando. E posso giusto ricordarvi en passant che c'è una frase nel Rig Veda, che si riferisce proprio a questo Avatara, che è stata fonte di controversia infinita e di disputa per quel che riguarda il suo significato: Vi è detto: Attraverso tutto questo mondo Vishnù fece passi da gigante; tre volte il Suo piede Egli posò e il Tutto fu raccolto nella polvere del Suo passo. (I, xxii, 17) [Considerate anche I. cliv., che parla dei Suoi tre passi, entro i quali tutte le creature viventi hanno la loro dimora; i tre passi sono chiamati "la terra, i cieli, e tutte le creature viventi." Qui Bali simbolizza tutte le cose viventi.] Anche questo è uno dei primi "vagiti dell'umanità neonata." Non so quale raffigurazione poetica potrebbe usare un grande uomo, più piena di significato, più sublime nella sua immaginazione, di quella che l'intero mondo fu raccolto nella polvere del piede del Supremo. Poiché, cos'è il mondo se non la polvere dei Suoi passi, e come potrebbe esso avere qualsiasi vita se non quella che il Suo piede ha toccato? Quindi passiamo oltre, andando avanti nel Treta Yuga, e arriviamo a un'altra manifestazione quella di Parashurama, uno strano Avatara, potreste pensare, e Avatara solo in parte, lasciatemi dire, come vedremo quando getteremo uno sguardo alla Sua vita e leggeremo quanto si è detto di Lui. Lo Yuga era passato da tempo ed era sorta la casta kshattriya che governava, forte del suo potere, grande nella sua autorità, la sola casta guerriera al potere, che, ahimè, abusava di questo potere, come fanno gli uomini quando le loro anime sono ancora in fase di allenamento e troppo giovani rispetto all'ambiente. La casta kshattriya abusò del suo potere, costruito in modo da poter governare; il dovere dei governanti, ricordate, è essenzialmente di proteggere: ma essi usarono questo potere non per proteggere, ma per predare, non per aiutare ma per opprimere. Una terribile lezione doveva essere insegnata a questa casta dominante, affinché potesse imparare, possibilmente, che il dovere di chi governa era di proteggere, sostentare ed aiutare, e non di tiranneggiare e di saccheggiare.
La prima grande lezione fu data ai re della terra, i governatori degli uomini, una lezione che doveva ripetersi più e più volte e che non è stata ancora del tutto imparata. Una manifestazione divina viene allo scopo di far apprendere quella lezione; e l'Istruttore non era uno kshattriya, se non per parte di madre. Una strana storia, la storia della sua nascita. Fu dato cibo a due donne, ciascuna delle quali aspettava un figlio, e il marito di una di esse era un brahmana; e le due donne si scambiarono il cibo, per cui il compito di partorire un figlio kshattriya toccò alla donna il cui marito era un brahmana. Un caso fortuito, voi direte; ma non vi sono casi fortuiti nella legge dell'universo. Il cibo pieno di energia kshattriya arrivò così nella famiglia del brahmana, perché non sarebbe stato conveniente che un kshattriya distruggesse i kshattriya. Altrimenti il mondo non avrebbe imparato bene la lezione. Così abbiamo lo strano fatto del brahmana che viene con una scure per abbattere i kshattriya, e tre volte, sette volte, quella scure fu sollevata per uccidere, tagliando il ceppo dei kshattriya fuori dalla superficie della terra. Ma mentre Parashurama era ancora nel corpo, venne un grande Avatara per mostrare come doveva comportarsi un re kshattriya. I kashattriya, abusando del loro ruolo e del loro potere, furono spazzati via da Parashurama, e prima che Egli lasciasse la terra dove era stata data l'amara lezione, il kshattriya ideale ora venne ad insegnare con un esempio la lezione di cosa doveva essere un vero kshattriya, dopo che era stata impartita la lezione di ciò che non avrebbe dovuto essere. Era nato il fanciullo Rama, il governatore ideale, il re perfetto sulla cui storia non avremo tempo di soffermarci troppo. Da ragazzo Egli seguì il grande istruttore Visvamitra, per proteggere il sacrificio dello Yogi; un ragazzo, quasi un bambino, ma capace di scacciare, come ricorderete, i rakshasa che interferivano con il sacrificio, e allora Egli e il Suo amato fratello Lakshmana e lo Yogi andarono alla corte di re Janaka. E lì, alla corte, vi era un grande arco, un arco appartenuto allo Stesso Mahadeva. Piegare e tendere la corda di quell'arco era compito dell'uomo che avrebbe sposato Sita, la fanciulla nata in maniera straordinaria dal solco mentre l'aratro penetrava la terra, che non aveva padre né madre fisici. Chi avrebbe sposato la fanciulla senza genitori, l'incarnazione di Shri Lakshmi, la consorte di Vishnù? Chi l'avrebbe sposata se non l'Avatara dello stesso Vishnù? Così il potente arco rimase senza corda, poiché nessuno avrebbe potuto tenderlo fino all'arrivo del fanciullo Rama. Ed Egli lo prese con spensieratezza infantile, e lo piegò così forte da spezzarlo in due, e il suo rumore echeggia ancora attraverso il cielo e la terra. Egli sposa Sita, la bella, e con lei, e con Suo fratello Lakshmana e la sua sposa, e con Suo padre che era venuto allo sposalizio, e con una grande processione, si diresse verso la città di Ayodhya. La rottura dell'arco di Mahadeva era risuonata attraverso la terra, il rumore dell'arco aveva scosso ogni mondo, e tutti, sia uomini che Deva, seppero che l'arco era stato spezzato. Tra i devoti di Mahadeva, Parashurama sente il rumore dell'arco spezzato, l'arco dell'Essere che egli adora; e orgoglioso della possanza della Sua forza, con ancora dentro di Sé l'energia di Vishnù, Egli si reca ad incontrare questo ragazzo insolente che aveva osato spezzare l'arco che nessun altro braccio poteva piegare. Lo sfida, e dandogli il proprio arco lo incita a mostrare cosa sappia fare con esso. È capace di scagliare una freccia dalla sua corda? Rama prende l'arco offertogli, lo tira e scocca una freccia dalla sua corda. Poi si ferma, perché di fronte a Lui vi è il corpo di un brahmana. Scaglierà una freccia contro quella forma? Mentre i due Rama sono uno di fronte all'altro, l'energia del più anziano è scritto passa nel più giovane; l'energia di Vishnù, l'energia del Supremo, lascia la forma in cui dimorava ed entra nella manifestazione più elevata della stessa vita divina. L'arco viene teso con la freccia, ma Rama non l'avrebbe scagliata per procurargli un'offesa, aspetta di riappacificarsi con il Suo antagonista; poi, sentendo il passaggio dell'energia, Parashurama s'inchina di fronte a Rama, più divino di Se Stesso, lo osanna come il Signore Supremo dei mondi, si inchina con reverenza davanti a Lui, e poi si allontana. Quell'Avatara era passato, sebbene la forma in cui l'energia aveva dimorato persistesse ancora. Ecco perché vi ho detto che era un Avatara minore. Se abbiamo la forma che persiste quando l'influenza si ritira, abbiamo la prova evidente che l'incarnazione non è completa; il passaggio dall'uno all'altro indica che l'energia è ripresa da Colui che l'ha elargita ed è immessa in un nuovo veicolo in cui dev'essere fatto il nuovo lavoro. La storia di Rama la conoscete; non abbiamo bisogno di seguirla dettagliatamente; ne abbiamo parlato ieri nel suo aspetto più elevato, combattendo contro le forze del male e dando inizio al mondo, per così dire, rinnovato. Troviamo il grande regno di Rama che dura diecimila anni nel Dvapara Yuga, lo Yuga a chiusura del quale venne Shri Krishna. Poi viene il Possente, Shri Krishna Stesso, del quale oggi non parlo; cercheremo di studiare quell'Avatara domani con tutta la capacità di approfondimento e il rispetto possibile. Passiamo oltre per il momento, lasciando l'argomento per uno studio più approfondito, e veniamo al nono Avatara, com'è chiamato, quello del Signore Buddha. Sono nate molte controversie su questo punto, ed esiste tra gli indù una determinata teoria secondo la quale il Signore Buddha, sebbene fosse un'incarnazione di Vishnù, venne per portare smarrimento tra coloro che non credevano ai Veda, venne per portare confusione sulla terra. Vishnù è il Signore dell'ordine, non del disordine; il Signore dell'amore, non il Signore dell'odio; il Signore di compassione, che uccide solo per far progredire la vita quando la forma diventa un ostacolo. E bestemmiano coloro che parlano di un'incarnazione del Supremo che viene ad ingannare il mondo che Egli stesso ha fatto. Giustamente il vostro dotto pandit, T. Subba Row, parlò di quella teoria con lo sdegno che deriva dalla conoscenza di ogni cosa delle realtà interiore della vita, perché nessuno che abbia un minimo di sapere occulto, nessuno che conosca qualcosa delle realtà interiori della vita, potrebbe parlare in questo modo di quella bella e misericordiosa manifestazione del Supremo, o presumere che Egli possa prendere la maestosa forma di un Avatara per ingannare. Ma vi è qui un altro punto da evidenziare su questo Avatara, a proposito del quale, forse, io potrei entrare in conflitto con la gente che la pensa in modo diverso. Poiché è questa la difficoltà di prendere il sentiero di mezzo, un sentiero che non porta né a sinistra né a destra, lungo il quale i grandi Guru ci conducono. Su ambo i lati troviamo obiezioni all'insegnamento centrale. Il Signore Buddha, nel senso ordinario del termine, non era ciò che abbiamo definito un Avatara. Egli fu il primo della nostra umanità che si elevò fino a quel livello, e si immerse nel Logos ricevendo l'illuminazione completa. Il Suo non era un corpo preso dal Logos allo scopo di rivelare Se Stesso, ma era l'ultima di miriadi di nascite attraverso le quali si era elevato per immergersi finalmente in Ishvara. E questo non è ciò di cui si parla normalmente a proposito di un Avatara, sebbene potremmo dire che il risultato è lo stesso. Ma nel caso dell'Avatara, le nascite evolutive avvengono in kalpa precedenti, e l'Avatara viene dopo che l'uomo si è immerso nel Logos, e il corpo è preso allo scopo di rivelare. Ma colui che diventò Gautama Buddha si era elevato nascita dopo nascita in questo nostro kalpa, come pure nei kalpa precedenti; ed egli s'incarnò molte volte quando la grande Quarta Razza dimorava nella potente Atlantide, ed ascese verso l'alto per assumersi il compito del Buddha; poiché il Buddha è l'appellativo di una funzione, non di un particolare uomo. Infine, tramite le proprie lotte, egli fu il primo della nostra razza in grado di raggiungere il grande scopo nel mondo. Qual è questo scopo? Quello di Istruttore degli Dei e degli uomini. I Buddha precedenti erano stati Buddha venuti da un altro pianeta dove l'Umanità non era vissuta abbastanza a lungo da evolvere la sua progenie fino a quell'altezza. Gautama Buddha era nato umano. Egli si era evoluto durante la Quarta Razza all'interno della prima famiglia della Razza Ariana, quella indù. Nascita dopo nascita in India, Egli aveva completato il Suo percorso e prese il Suo corpo finale in Aryavarta, per proclamare agli uomini la legge.
Ma questo proclama non fu fatto primariamente per l'India. Fu elargito in India perché l'India è il luogo dove vengono date, per volontà del Supremo, le grandi rivelazioni religiose. Quindi Egli nacque in India, ma la Sua legge era particolarmente diretta alle nazioni oltre i confini di Aryavarta, in modo che esse potessero apprendere una morale pura, un'etica nobile, disgiunta a causa delle tenebre dell'Era da tutti i complicati insegnamenti che troviamo in rapporto alla sottile e metafisica fede indù. Quindi troviamo negli insegnamenti del Signore Buddha due grandi divisioni; una è una filosofia intesa per i dotti, l'altra un'etica disgiunta dalla filosofia, per le masse, nobile, pura e grande, e tuttavia facile da comprendere. Poiché il Signore sapeva che noi stavamo andando verso un'Era di materialismo sempre più profondo, che altre nazioni dovevano nascere, che l'India, per un periodo, doveva decadere di fronte ad altre nazioni per poi risorgere su scala mondiale. Era quindi necessario dare l'insegnamento di una morale adatta ad un'Era più materialista, in modo che, se le nazioni non avessero creduto negli Dei, avrebbero potuto ancora praticare la morale e obbedire agli insegnamenti del Signore. Inoltre, affinché questa terra non subisse perdite, in modo che l'India stessa non perdesse i suoi sottili e metafisici insegnamenti e il credo diffuso fra tutte le classi dei popoli nell'esistenza degli Dei e il Loro ruolo negli affari umani, a questo scopo fu fatto il lavoro del grande Signore Buddha. Egli lasciò una morale costruita su una base che non potesse essere scossa da ogni cambio di fede, e avendo compiuto la Sua opera, se ne andò. Allora fu inviato un altro grande Essere, adombrato dal potere di Mahadeva, Shri Shankaracharya, affinché, con il Suo insegnamento, Egli potesse dare, nell'Advaita Vedanta, la filosofia che avrebbe reso intellettualmente ciò che Buddha aveva fatto moralmente, un'intellettualità che proteggesse la spiritualità e permettesse ad un'Era materialista di non spezzarsi i denti sulla noce dura di una filosofia senza difetti. Così in India trionfò la religione metafisica, mentre l'insegnamento del Benedetto, per compiere questo nobile lavoro, passò dal suolo indiano ad altre terre piuttosto che nella terra di Aryavarta, che doveva conservare immutata la sua fede negli Dei, e dove il più basso come il più alto devono inchinarsi di fronte al loro potere. È questa la verità genuina su una questione così dibattuta riguardo l'insegnamento del nono Avatara; il fatto era che il Suo insegnamento non andava inteso per la Sua terra natia, ma era rivolto ad altre nazioni più giovani che stavano emergendo intorno, a chi non seguiva i Veda, ma che tuttavia aveva bisogno di essere istruito nel sentiero della giustizia; non per ingannarli ma per guidarli fu dato il Suo insegnamento. Ma, come vi ho detto, e lo ripeto, ciò che era contenuto in quest'insegnamento, lasciato a se stesso, avrebbe potuto essere un pericolo per l'India se non fosse stato accompagnato dalla venuta del grande Insegnante dell'Advaita. Dovete ricordare che il Suo nome era stato portato da uomo dopo uomo, attraverso secoli e secoli; ma Shri Shankaracharya adombrato dal potere di Mahadeva era nato solo qualche anno dopo il trapasso del Buddha, come tramandano chiaramente le testimonianze del Dwaraka Math retrocedendo nelle date fino a collocare la Sua nascita tra i 60 e i 70 anni dopo il trapasso del Buddha. Veniamo ora al decimo Avatara, il futuro Kalki, di cui ben poco si può dire; ma qualche accenno può forse essere fatto. Con la Sua venuta sorgerà un'alba più luminosa; con la Sua venuta il Kali Yuga terminerà; con il Suo avvento sorgerà anche una razza più elevata di uomini. Egli verrà quando sulla terra si manifesterà la sesta Razza Radice. Allora vi sarà un grande cambiamento nel mondo, una grande manifestazione della verità, della verità occulta, e quando Egli verrà, allora l'occultismo sarà nuovamente capace di mostrasi al mondo con prove che nessuno sarà in grado di mettere in dubbio o negare. Ed Egli, con la Sua venuta, consegnerà il governo sulla sesta Razza Radice ai due Re di cui leggiamo nel Kalki Purana. Se guardiamo allo scorrere del tempo passato troviamo sempre e ancora due grandi figure che stanno una accanto all'altra il Re ideale e il Sacerdote ideale. Essi lavorano insieme; il primo governa la nazione, il secondo la istruisce. E una tale coppia di esseri potenti discende in ogni Era per ciascuna Razza. Ogni razza ha il suo Istruttore, il brahmana ideale, chiamato nel linguaggio buddhista il Bodhisattva, l'erudito, pieno di saggezza e verità. Ogni razza ha anche il suo governante, il Manu. Questi due si possono rintracciare nel passato, nelle Loro incarnazioni; e Li vediamo nella terza, nella quarta e nella quinta Razza; il Manu di ogni razza è il Re ideale, il Brahmana di ogni razza è l'Istruttore ideale; e apprendiamo che quando il Kalki Avatara verrà, Egli chiamerà dalla sacra terra di Shamballa la terra nota agli ocultisti, non al profano due Re che sono rimasti attraverso tutta questa Era per aiutare il mondo nella sua evoluzione. Il nome del Manu che sarà il Re della prossima Razza, nei Purana dicono che sia Moru; e il nome del brahmana ideale che sarà l'Istruttore della prossima Razza è Devapi; e questi due sono il Re e l'Istruttore della sesta Razza che dovrà nascere. Quelli fra voi che hanno letto qualcosa sulla meravigliosa storia del passato saprà che la scelta della nuova Razza, la sua evoluzione, la creazione di una nuova Razza Radice, è una cosa che richiede secoli, millenni, a volte centinaia di migliaia di anni; e che i due che saranno il suo Re e il suo Sacerdote, il Manu e il Brahmana, lavoreranno attraverso i secoli, selezionando gli uomini che potranno essere i semi della nuova Razza. Nella matrice della quarta Razza fu fatta una scelta, dalla quale nacque la quinta; isolata nel deserto di Gobi, per vasti periodi di tempo, quella famiglia selezionata fu allenata, educata, guidata, finquando il suo Manu e il suo Istruttore s'incarnarono in essa, e la prima famiglia Ariana fu condotta a stabilirsi in Aryavarta. Ora si sta scegliendo la sesta Razza nella matrice della quinta Razza, e il Re e l'Istruttore della sesta Razza sono già pronti per il loro lavoro potente e benefico. Essi stanno scegliendo uno per uno, provando e sperimentando, coloro che formeranno il nucleo della sesta Razza; Essi stanno selezionando anima dopo anima, sottoponendole a molte prove; e quando il tempo sarà maturo, quando il Loro lavoro sarà completato, allora verrà il Kalki Avatara, per dissipare le tenebre, per estinguere il Kali Yuga, proclamando la nascita del nuovo Satya Yuga, con una Razza nuova e più spirituale, che dovrà vivere lì. Allora Egli radunerà i prescelti, il Re Moru e il Brahmana Devapi, e consegnerà nelle loro mani la Razza che Essi stanno ora costruendo, la Razza che dovrà abitare un mondo più giusto, per elevare l'evoluzione dell'umanità.
QUARTA CONFERENZA Shri Krishna Fratelli miei, vi sono temi così elevati che non sarebbe sufficiente nemmeno il linguaggio dei Deva per fare piena giustizia a ciò che essi racchiudono, e quando pensiamo al suono del flauto di Shri Krishna, tutta la musica umana sembra discordante nelle sue note. Tuttavia, poiché la bhakti si sviluppa con il pensiero e la parola, non è inopportuno avvicinarci ad un soggetto così sacro, ma nel trattarlo dobbiamo renderci conto della nostra incompetenza, rammaricarci dei nostri limiti, e dobbiamo sentire il desiderio di un potere d'espressione maggiore di quello che abbiamo avuto fin qui. Poiché, forse, in mezzo a tutte le manifestazioni divine che hanno glorificato il mondo, non ve n'è stata nessuna che abbia suscitato un sentimento più grande e affettuoso dell'Avatara che questa mattina stiamo per studiare. Le glorie più austere di Mahadeva, il Signore della terra ardente, attirano di più i cuori di coloro che sono stanchi del mondo e vedono la futilità delle attrattive terrene; ma Shri Krishna è il Dio del focolare domestico, il Dio della vita familiare, il Dio le cui manifestazioni attraggono in ogni fase della Sua Auto-Rivelazione; Egli è umano proprio fino in fondo; nato nell'umanità, come Egli ha detto, agisce come un uomo. Come bambino, Egli è un vero bambino, pieno di giocosità, di allegria, di grazia vincente. Crescendo, come ragazzo e poi come uomo, Egli esercita lo stesso fascino umano sui cuori di uomini, donne e bambini; il Dio alla cui presenza vi sono sempre gioia e continue risate e musica. Quando pensiamo a Shri Krishna, ci sembra di ascoltare il mormorio del fiume, il fruscio delle foglie nella foresta, il muggito delle mucche al pascolo, la risata di un bambino felice che gioca sulle ginocchia dei genitori. Egli è veramente il Dio che è umano in ogni cosa; che si china con benevolenza sulla culla del neonato, che partecipa con simpatia ai giochi della gioventù, che è l'amico di chi ama, che benedice lo sposo e la sposa, che sorride alla giovane madre con il suo primogenito tra le braccia ovunque il Dio dell'amore e della felicità umana; quale meraviglia che la Sua grazia vincente abbia affascinato i cuori degli uomini! Dobbiamo studiarLo, quindi, questa mattina. Ora, un Avatara lo dico per chiarire alcune difficoltà preliminari un Avatara ha due grandi aspetti nel mondo: Primo, Egli è un fatto storico che non deve essere dimenticato. Quando leggiamo la storia dei grandi Esseri, stiamo leggendo la storia e non una favola. Ma è più che una storia; un Avatara recita sul palcoscenico del mondo un dramma potente. Egli è, per dire, un attore nel mondo di Krishna, e le Sue manifestazioni nella complessa vita umana hanno coperto un vasto spazio; quindi, per rendere il vasto soggetto un po' più comprensibile, ho pensato di suddividere questo dramma, per così dire, nei suoi atti separati. Sto usando adesso il linguaggio teatrale, perché penso che possa rendere più evidente quel che intendo dire. Nel trattare la Sua vita, ho preso le scene che sono delineate chiaramente, e in ciascuna di esse vedremo un solo grande tipo di insegnamento che il mondo dovrebbe imparare dallo svolgersi di questo dramma davanti agli occhi degli uomini. In un certo senso, queste scene corrispondono ai periodi che marcano la vita, e in un altro senso si sovrappongono l'un l'altra; ma visualizzandole chiaramente nella mente saremo capaci, penso, di afferrare meglio lo scopo completo dell'Avatara come se fossero compartimenti nella mente in cui collocare i diversi tipi di insegnamento. Primo, Egli venne per mostrare al mondo il grande Oggetto di devozione della bhakti, e l'amore di Dio per il Suo bhakti, o devoto, che è la tessitura del primo Atto del grande Dramma rappresentare l'Oggetto di devozione, e mostrare l'amore con cui Dio considera i Suoi devoti. Abbiamo qui una fase precisa della vita di Shri Krishna. Il secondo Atto del dramma può essere definito come il Suo carattere nelle vesti di distruttore delle forze opposte che ritardano l'evoluzione, e che attraversa tutta la Sua vita. Il terzo Atto è quello di un uomo di Stato, l'attore saggio, politico ed intellettuale sulla scena della storia del mondo, la forza che guida la nazione con la Sua straordinaria politica ed intelligenza, mostrandosi non come un re ma piuttosto come uomo di Stato. Allora abbiamo Lui come amico, l'amico dell'umanità, specialmente dei Pandava e di Arjuna. L'Atto successivo è quello di Shri Krishna come Istruttore, l'istruttore del mondo, non l'istruttore di una sola razza. Quindi Lo vediamo nell'aspetto particolare e mirabile del Ricercatore dei cuori degli uomini, colui che pone alla prova e saggia la natura umana. Infine, possiamo guardare a Lui nella Sua manifestazione come il Supremo, la vita omnipervadente dell'universo, colui che non considera nulla come fuori da Se Stesso, che stringe tra le Sue braccia il male e il bene, le tenebre e la luce, nulla che Gli sia estraneo. La storia della vita può essere suddivisa, per così dire, in questi sette atti, e ciascuno di esso può servire da studio per un determinato periodo di vita, invece di comprimerli tutte nella conferenza di un mattino. Comunque, prendiamoli uno per volta, anche se inadeguatamente, perché gli accenni che farò possono essere elaborati da voi nei dettagli secondo la disposizione della vostra mente. Un aspetto può attrarre un uomo, un secondo aspetto può attrarne un altro; tutti gli aspetti sono meritevoli di essere studiati, tutti suscitano devozione. Ma più di tutti, riguardo la devozione, è il primo stadio della Sua vita che ispira e riempie di benedizione, quei primi anni del Signore quand'era bambino, poi ragazzo, quando Egli dimorava a Vraja, nella foresta di Brindaban, quando Egli viveva con i mandriani e le loro mogli e i loro figli, il meraviglioso bambino che attirava i cuori degli uomini. È evidente e non si sarebbero pronunciate così tante bestemmie se si fosse ricordato che Shri Krishna scelse di mostrare Se Stesso come il grande oggetto di devozione, come l'amante del devoto, nella forma di un bambino, non in quella di un uomo. Addentriamoci allora nel tempo della Sua nascita, ricordando che prima che avvenisse la Sua nascita sulla terra, le deità erano andate da Vishnu nelle regioni elevate, e Gli avevano chiesto di intervenire affinché la terra fosse alleggerita del suo carico, che il predominio dei Daitya incarnati fosse soppresso; e allora Vishnu disse agli Dei: Andate ed incarnatevi parzialmente tra gli uomini, andate e nascete in mezzo all'umanità. Anche i Grandi Rishi nacquero nel luogo dove lo Stesso Vishnu doveva nascere, cosicché, prima che Egli venisse, lo scenario del dramma era stato allestito, per così dire, nel luogo della Sua venuta, e quelli di cui abbiamo parlato come i mandriani di Vraja, Nanda, e quelli intorno a Lui, le Gopi e tutti gli abitanti di quella meravigliosa terra benedetta, erano, ci vien detto, "Persone simili a Dio;" anzi, essi erano "i Protettori dei mondi," nati come uomini per il progresso del mondo. Ma ciò significa che gli Dei stessi dovevano discendere e nascere come uomini; e quando voi pensate a tutto ciò che avvenne durante la meravigliosa infanzia del Lila [Gioco] di Shri Krishna, dovete ricordare che coloro che recitarono quell'Atto del Dramma non erano donne o uomini ordinari; erano i Protettori dei mondi, incarnati come mandriani intorno a Lui. E le Gopi, le graziose mogli dei mandriani, erano i Rishi dell'antichità, i quali, per devozione a Vishnu, avevano ottenuto la benedizione di incarnarsi come Gopi, allo scopo di poterGli essere vicini nella Sua infanzia, e deporre il loro amore ai piccoli piedi del ragazzo che essi vedevano come tale, del Dio che essi adoravano come il Supremo. Quando tutti questi preparativi furono pronti per la venuta del bambino, Egli nacque. Non voglio dilungarmi su tutti i noti avvenimenti che circondarono la Sua nascita, la profezia che doveva nascere il distruttore di Kansa, l'inutile detenzione in prigione, legato da catene di ferro, e tutte le altre follie con cui il tiranno terreno cercò di rendere impossibile il compimento del decreto del Supremo. Tutti voi sapete come i suoi piani fallirono, poiché i mucchi di sabbia costruiti dalle mani dei bambini vengono sgretolati quando un'onda del mare si abbatte dove essi stanno giocando. Egli nacque, nacque nella Sua forma dotata di quattro braccia, risplendendo momentaneamente nella prigione che prima della Sua nascita era stata illuminata attraverso il corpo di Sua madre, che si diceva fosse simile a un vaso d'alabastro tanto era pura lei con una fiamma al suo interno. Poiché il Signore Shri Krishna era nel suo ventre, ella stessa era il vaso d'alabastro, come una lampada che conteneva Lui, la luce del mondo, affinché la gloria illuminasse l'oscurità della prigione dove lei era detenuta. Alla Sua nascita Egli venne come Vishnu, mostrando Se Stesso con tutti i segni della divinità: con il disco, la conchiglia, lo shrivatsa sul Suo petto, con tutti gli emblemi riconosciuti del Signore. Ma quella forma svanì rapidamente, e agli occhi dei genitori rimase solo il bambino umano. E il padre, ricorderete, portandolo in braccio, passò attraverso le grandi porte chiuse, e tutto il resto, e Lo portò al sicuro a casa di suo fratello, il luogo dove Egli doveva vivere, preparato per la Sua venuta. Da bambino Egli mostrò il potere che era in Lui, come vedremo quando passeremo al secondo stadio, il distruttore delle forze del male. Ma per il momento guardiamoLo solo come Egli gioca nella casa della madre adottiva, mentre fa capriole con i bambini della sua età. E man mano che cresce come ragazzo, capace di andare da solo, Egli comincia a vagabondare attrraverso i campi e la foresta, e in tutti i boschi e le pianure si odono le note del suo meraviglioso flauto. Il bambino, un bambino di cinque anni solo cinque anni aveva quando vagabondava con il suo magico flauto tra le mani, incantando i cuori di tutti quelli che udivano, cosicché i ragazzi lasciavano il lavoro di accudire il bestiame e seguivano la musica del flauto; le donne lasciavano le faccende domestiche e andavano nella direzione da cui proveniva la musica; gli uomini interrompevano i loro lavori per deliziare l'orecchio alla musica del flauto. Anzi, non solo uomini, donne e bambini, ma le mucche si dice smettevano di brucare l'erba per ascoltare le note che cadevano nelle loro orecchie, e i vitelli cessavano di succhiare latte quando il vento trasportava fino a essi la musica, e il fiume gorgogliava per sentire meglio, e gli alberi chinavano i rami per non perdere una nota, e gli uccelli smettevano di cantare perché il loro canto non stonasse di fronte a quella melodia, mentre il meraviglioso bambino vagava per il paese, e una musica paradisiaca si diffondeva dal Suo magico flauto. E così Egli viveva, giocando e divertendosi, e i cuori di tutti i mandriani e delle loro mogli e figlie erano rivolti verso quel meraviglioso bambino. Ed Egli giocava con loro e li amava, ed essi lo prendevano in braccio appoggiando i Suoi piccoli piedi ai loro petti, e Gli cantavano come al Signore di tutto, il Supremo, il Maestoso. Riconoscevano la Divinità in quel bambino che si aggirava intorno alle loro case, ed Egli, questo bambino, tra i Suoi saltelli e le Sue monellerie, insegnò loro molte lezioni, lezioni ancora oggi utili al mondo, e coloro che le conoscono possono apprezzarle al meglio. Voglio fare un esempio che labbra ignoranti hanno usato per lo più per insultare, per cercare di diffamare la maestà che non comprendono. Lasciatemelo dire, io credo che nella maggior parte dei casi, questi amari insulti provengono da gente che non ha mai realmente letto la storia, e che ne ha udito solo dei brani, ed ha supplito al resto con la sua immaginazione. Quindi voglio riportarvi un particolare avvenimento che ho sentito raccontare con amarezza, come prova della spaventosa immoralità di Shri Krishna. Quando il bambino aveva sei anni, un giorno che stava camminando da solo, com'era solito fare, un gruppo di Gopi stavano facendo il bagno nude nel fiume, essendosi tolte le vesti, come non avrebbero dovuto fare in ossequio alla legge, e mostrando una certa incuria nella modestia femminile. Lasciando le loro vesti sulla riva si erano immerse nel fiume. Il bambino di sei anni vide la scena con l'occhio dell'intuizione, raccolse le loro vesti e salì su un albero vicino portandole con sé, le mise sulle Sue spalle in attesa di vedere cosa sarebbe accaduto. L'acqua era terribilmente fredda e le Gopi tremavano, ma non volevano venir fuori davanti ai chiari e fermi occhi del bambino. Ed Egli le invitò ad uscire e di venirsi a prendere le loro vesti; e poiché esitavano, il bambino dissero loro che avevano peccato contro Dio per immodestia togliendosi le vesti che avrebbero dovuto indossare, e quindi dovevano espiare il loro peccato uscendo dall'acqua e venendosele a prendere dalle Sue mani. Esse andarono e lo venerarono, ed Egli ridiede loro le vesti. Una storia immorale, con un bambino di sei anni al centro del racconto. Se ne parla come se fosse un uomo adulto che insulta l'immodestia delle donne. Le Gopi erano Rishi, e il Signore, il Supremo, come bambino, stava dando loro una lezione. Ma c'è molto di più, vi è un profondo insegnamento dietro la storia una storia ripetuta ancora tante volte sotto forme diverse ed è questo: quando l'anima si sta avvicinando al Signore supremo durante un importante stadio dell'iniziazione, deve passare attraverso una terribile prova; spogliata di qualsiasi cosa sulla quale poteva fare affidamento fino a quel momento, spogliata di qualsiasi cosa che non sia del suo Sé interiore, privata di qualsiasi aiuto dal di fuori, di ogni protezione e di ogni copertura esterna, l'anima stessa, nella sua vita intima, deve stare nuda e sola senza aver rapporto con niente, tranne che con la vita del Sé interiore. Se l'anima è dubbiosa prima della terribile prova, se si aggrappa a qualsiasi cosa che fino a quel momento ha considerato un aiuto, se nell'ora suprema invoca un amico o un soccorritore, o addirittura lo stesso Guru, essa fallisce in quella prova. Nuda e sola, l'anima deve andare avanti, assolutamente priva di qualche aiuto se non della divinità entro se stessa. Ed è di questa nudità dell'anima, quando essa si avvicina alla meta suprema, che si parla in questa storia di Shri Krishna, il bambino, e le Gopi; la nudità della vita davanti a Colui che l'ha data. Potete trovare anche altre allegorie simili. Quando il Signore verrà quale Kalki, o decimo Avatara, Egli lotterà sul campo di battaglia e sarà sconfitto. Usa tutte le Sue armi; ogni arma lo tradisce; ed è solo quando Egli getta via ogni arma e combatte con le Sue mani nude, che vince. Esattamente la stessa idea. L'intelletto, ogni cosa, abbandonano l'anima nuda davanti a Dio. [Ecco perché, nell' "Imitazione di Cristo," il libro di un occultista, è scritto che noi dobbiamo "seguire nudi Gesù nudo."] Se ho scelto particolarmente questa storia tra centinaia, concentrandomi su di essa, è perché è uno dei punti d'attacco, e poiché voi siete induisti di nascita dovreste conoscere abbastanza le verità interne alla vostra religione e non starvene in vergognoso silenzio quando vengono fatti degli attacchi, ma dovreste parlare con conoscenza per prevenire così queste bestemmie. Poi apprendiamo più dettagli dei Suoi giochi con le Gopi quand'era un bambino di sette anni: come Egli vagasse per la foresta e sparisse, e tutti lo seguivano cercandoLo; come esse tentassero di imitare i Suoi giochi per riempire il vuoto lasciato dalla Sua assenza: Il bambino di sette anni spariva per un periodo, ma ritornava da coloro che Lo amavano, come fa sempre Dio con i Suoi bhakta. E allora ha luogo la meravigliosa danza, la Rasa, la Danza di Shri Krishna, parte del Suo Lila, quando Egli moltiplicò Se Stesso in modo che ogni coppia di Gopi lo trovasse tra di loro; in mezzo al cerchio di donne il bambino era lì, dando la mano ad ognuna; e così la mistica danza era eseguita. Questo è un altro di quei punti d'attacco fatti da menti ignoranti. Solo una mente sporca, può vedere qualcosa di assolutamente impuro in un bambino che danza come amante e amato! È come se Egli gettasse uno sguardo nelle Ere a venire e vedesse quello che poi sarebbe stato detto, ed è come se Egli avesse mantenuto la forma di bambino nel Lila in modo da poter alitare innocuamente nei cuori ciechi ed impuri degli uomini la lezione che avrebbe dato volentieri. E qual'era quella lezione? Voglio ricordarvi un altro episodio, prima di trarne una lezione dall'insieme di questa fase della Sua vita. Egli chiese del cibo. È Lui che alimenta i mondi, e alcuni dei Suoi brahmana rifiutarono di darglielo e mandarono via i ragazzi venuti a chiedere cibo per Lui; e quando gli uomini rifiutarono, Egli mandò i ragazzi dalle donne, per vedere se anch'esse avrebbero rifiutato di dargli del cibo come avevano fatto i loro mariti. E le donne che avevano sempre amato il Signore presero il cibo dalle loro case, da ogni parte dove potessero trovarlo, ed uscirono in massa a portarglielo, lasciando le case, i mariti e i doveri familiari. E tutti cercavano di fermarle, ma esse non vollero; e i fratelli, i mariti e gli amici tentarono di persuaderle a tornare indietro, ma no, esse rifiutarono, dovevano andare da Lui, dal loro Amante, Shri Krishna. Egli, il bambino del loro amore, non doveva rimanere senza cibo. E così andarono e Gli diedero il cibo ed Egli mangiò. Ma gli uomini dicono: Le Gopi hanno lasciato i loro mariti, le loro case! Com'è sbagliato lasciare il marito e la casa per seguire Shri Krishna! L'accusa è sempre che il loro amore era soltanto amore fisico, come se fosse possibile con un bambino di sette anni! So che vennero usate parole di amore fisico, e so che, in una discutibile traduzione è detto che "Esse vennero sotto l'incantesimo di Cupido." Non importano le parole, atteniamoci ai fatti. Non c'è religione al mondo che non insegni che quando il Supremo chiama, tutto il resto dev'essere abbandonato. Ho visto che il confronto di Shri Krishna con Gesù di Nazareth è a discapito di Shri Krishna, e il confronto è fatto tra la purezza dell'uno e l'impurità dell'altro; la prova portata era che i mariti erano stati abbandonati mentre le mogli vennero a deliziarsi e a stare con il Signore. Ma io ho letto parole uscite dalle labbra di Gesù di Nazareth: "Chi ama il padre o la madre più di me, non è degno di me; e chi ama il figlio o la figlia più di me non è degno di me!" "E chiunque lasci la casa, i fratelli o le sorelle, o il padre, la madre, o la moglie, i figli, o il suo paese, per amor mio, riceverà cento volte di più ed erediterà la vita eterna!" (Matteo, x. 37, e xix. 29) E ancora, ma con più veemenza: "Se un uomo viene da me e non odia suo fratello, sua madre, la moglie, i bambini, i fratelli e sorelle, sì, e anche la sua vita, non può essere mio discepolo:" (Luca, xiv. 26) Questa è esattamente la stessa idea. Quando Gesù chiama, marito e moglie, padre e madre, devono essere dimenticati, e la ricompensa sarà la vita eterna. Perché è giusto se riguarda Gesù, e sbagliato quando riguarda Shri Krishna? Non solo trovate lo stesso insegnamento in entrambe le religioni, ma in qualsiasi altra religione del mondo i termini di amore fisico sono usati per descrivere la relazione tra l'anima e Dio. Prendiamo "Il Cantico dei Cantici" Se leggiamo al margine della Bibbia cristiana vediamo "L'Amore di Cristo per la Sua Chiesa" e se dal margine scorriamo lungo la colonna, troveremo il più appassionato canto d'amore, una descrizione dello squisito aspetto femminile in tutti i dettagli della sua bellezza affascinante; il lamento dell'amante all'amata di raggiungerlo affinché possano saziarsi del loro amore. Si suppone che "Cristo e la Sua Chiesa" facciano tutto in maniera giusta, e sono contenta che possa essere così. Non ho parole da dire contro "Il Cantico dei Cantici," né qualsiasi critica contro le sue rigogliose e lussureggianti immagini; ma rifiuto di prendere dagli ebrei come puro ciò che devo rifiutare dagli indù come impuro. Chiedo che tutto sia giudicato alla stessa stregua, e se uno è condannato, la stessa condanna dev'essere imposta anche all'altro. Così, anche nei canti dei Sufi, i mistici della fede Islamica, l'amore della donna è sempre usato come il miglior simbolo dell'amore fra l'anima e Dio. In ogni epoca l'amore tra marito e moglie è stato il simbolo dell'unione tra il Supremo e i Suoi devoti; il più vicino ai legami terreni, il più intimo di tutte le unioni terrene, la fusione del cuore e del corpo di due in uno dove potete trovare un'immagine più bella del fondersi dell'anima nel suo Dio? L'oggetto di devozione è sempre stato simbolizzato come l'amante o marito, e il devoto come l'amata o la moglie. Questa simbologia è universale perché fondamentalmente vera. L'assoluta dedizione della moglie al marito rappresenta, sulla terra, la dedizione assoluta dell'anima a Dio. E questa è la giustificazione della Rasa di Shri Krishna, e la spiegazione della storia della Sua vita a Vraja. Mi sono soffermata particolarmente su questo episodio, fratelli, e voi sapete perché. Andiamo oltre ricordando che fino al diciannovesimo secolo questa storia suscitava solo devozione, non volgarità, ed è solo con l'avvento del tipo più grossolano del pensiero occidentale che queste idee sono state attribuite al Bhagavad-Purana. Bisognerebbe ringraziare Dio che i Rishi abbiano portato via il Shrimad Bhagavata da una razza indegna di possederlo; come hanno già sottratto gran parte dei Veda e degli antichi libri, essi dovrebbero sottrarre anche questa storia dell'amore di Shri Krishna, finché gli uomini siano puri abbastanza da leggerli senza bestemmiare e senza nutrire idee di sessualità. Passiamo molto brevemente da questo alla prossima grande fase, quella del Distruttore del male. Da quando Egli, un neonato di poche settimane, succhiò il latte avvelenato di Putana, la demonessa Raksasha; da quando Egli entrò nella grande caverna costruita dal demone, ed espandendoSi fece crollare tutto in macerie; da quando Egli calpestò la testa del serpente Kaliya affinché non potesse avvelenare l'acqua di cui la gente aveva bisogno per bere; finquando Egli lasciò Vraja per incontrare Kansa, noi Lo troviamo sempre scacciare ogni forma di male che si trovava nei confini del Suo territorio. Ci dicono che quando Egli aveva lasciato Vraja e s'era ritrovato nell'arena di Kansa con Suo fratello, erano entrambi soltanto dei ragazzi in fragili corpi di giovani. Dopo che tutto il Lila era terminato, Essi erano ancora dei bambini quando andarono a combattere. Da allora Egli incontrò una dopo l'altra le grandi incarnazioni del male e le schiacciò con la Sua forza irresistibile: non abbiamo bisogno di indugiare su queste storie, poiché la Sua vita ne è piena. Veniamo alla terza fase in qualità di uomo di Stato, una fase incredibilmente interessante della Sua vita il tatto, la delicatezza, l'intuizione, l'abilità nel mettere sempre dalla parte del torto l'uomo che Gli si opponeva, e così conquistava il Suo percorso e attirava gli altri verso di Lui. Come sapete, questa parte della Sua vita è vissuta soprattutto in relazione ai Pandava. Egli è l'unico che in qualsiasi difficoltà si fa avanti come ambasciatore; ed è Lui che va con Arjuna e Bhima per abbattere il gigante Jarasandha, che stava per fare un sacrificio umano a Mahadeva, un sacrificio interrotto perché blasfemo; è Lui che andò con essi affinché il conflitto potesse aver luogo senza trasgredire le ferree regole della moralità kshattriya. SeguiamoLo insieme ad Arjuna e a suo fratello mentre entrano nella città del re. Essi non entrano dalla porta aperta come fanno gli amici, ma praticano una breccia nel muro come segno che vengono da nemici. Sono agghindati di ornamenti, e quando si chiede loro perché indossino sandali e fiori, la risposta è che essi sono venuti a celebrare un trionfo, a esaudire un voto. Quando gli è offerto cibo, la risposta del grande ambasciatore è che non avrebbero preso il cibo se prima non avessero incontrato il re per spiegargli le loro intenzioni. Quand'è il momento, Egli dice al re, con parole molto cortesi ma molto chiare, che tutti questi atti sono stati compiuti in modo che egli, il re, potesse sapere che essi non erano venuti come amici ma come nemici per spronarlo alla battaglia. Così, quando sorge di nuovo la questione, dopo tredici anni di esilio, di come può essere vinta quella terra senza combattere, senza lottare, noi Lo vediamo partecipare all'assemblea dei Pandava e dei loro amici con i consigli più saggi su come la guerra può forse evitarsi; lo vediamo che si offre di recarsi come ambasciatore in modo da poter usare tutta la magia della Sua preziosa eloquenza per conservare la pace; Lo vediamo recarsi come ambasciatore e, superando tutti i padiglioni eretti per ordine di Duryodhana, Egli non può ricevere da uno che è nemico una cortesia che potrebbe legarlo come amico. Così, quando risponde alla chiamata di Duryodhana, come richiede la cortesia, mai venendo meno al perfetto dovere dell'ambasciatore, soddisfacendo ogni richiesta di buone maniere, Egli non toccherà il cibo che avrebbe costituito un legame tra Se Stesso e uno contro il quale Egli era venuto a combattere. Vediamo come il solo cibo che Egli prenderà è il cibo del fratello del re, solo da quello. Egli dice: "è puro e degno di essere mangiato da me." Vediamo come nell'assemblea dei re ostili Egli tenti di mettere pace e di compiacerli. Vediamo come Egli si scusa con umiltà e gentilezza; come al grande re, il re cieco, Egli parla in nome dei Pandava come supplice, non come un nemico oltraggiato e indignato. Vediamo come cerchi a sua volta, con linguaggio meditato, di allontanare parole colleriche, e usa ogni mezzo oratorio per vincere i loro cuori e convincere il loro giudizio. Vediamo come più tardi, quando la battaglia di Kurukshetra è terminata, quando tutti i figli del re cieco sono abbattuti, vediamo come Egli va ancora una volta in vesti di ambasciatore per incontrare il padre rimasto privo dei figli e, cosa ancora più amara, la madre senza più figli, prima che la rabbia possa scagliarsi contro di Lui, e le Sue parole possano far svanire la rabbia e calmare il dolore degli sconsolati. Vediamo come più tardi Egli guida ancora e consiglia finché tutto il lavoro è completato, finché il Suo compito è esaurito e la Sua fine si avvicina. Uno statista di meravigliosa abilità, un politico pieno di tatto fine ed intuizione, come se volesse dire agli uomini del mondo che quando essi agiscono come uomini del mondo devono prestare attenzione alla giustizia, ma anche fare attenzione alla discrezione e all'abilità, che non vi è niente di estraneo alla verità della religione nell'abilità del linguaggio e nell'uso della nitida intelligenza del cervello. Parliamo ancora di Lui come Statista e del Suo carattere come Amico. Vorrei avere il tempo di soffermarmi e tratteggiarvi alcune delle belle immagini del Suo rapporto con la famiglia che Egli amava tanto, dal giorno in cui, trovandosi nella scelta fatta da Krishna, la bella futura moglie dei Pandava, Egli vide per la prima volta Arjuna, il suo amico di sempre, in quell'incarnazione umana. Pensate cosa dev'essere stato, quando gli occhi dei due giovani uomini s'incontrarono: in uno, le memorie dell'intima amicizia del passato, e nell'altro l'attrazione per il legame di quelle molte nascite con l'antico amico che egli non riconosceva. Dal momento in cui essi s'incontrarono per la prima volta in questa vita, come fu costante la Sua amicizia, infinita la Sua protezione, pieno di premure il Suo pensiero per proteggere il loro onore e le proprie vite; e tuttavia quanto saggio; in ogni momento in cui la Sua presenza avrebbe potuto vanificare lo scopo della Sua venuta, Egli scompare. Egli non è presente al grande gioco a dadi, perché ciò era necessario per la riuscita del proposito divino; Egli era lontano. Se fosse stato lì avrebbe dovuto intervenire; se fosse stato lì Egli non avrebbe potuto lasciare i Suoi amici senza aiuto. Rimaneva lontano, finché Draupadi, nella sua agonia, implorò di essere aiutata quando il suo pudore era minacciato; allora Egli venne con Dharma e la coprì con dei vestiti mentre i suoi le venivano strappati di dosso; ma allora il gioco terminò, il dado fu scagliato, e il destino aveva preso il suo corso. Che strano guardare a simili avvenimenti! Un obiettivo perseguito senza mutamento, senza esitazione: ma ogni mezzo fu usato perché potesse dare alla gente un'opportunità di scampo se solo l'avesse voluto! Egli venne per combattere la battaglia a Kurukshetra. Egli venne, come vedremo fra poco, per realizzare quell'unico obiettivo in preparazione dei secoli a venire; ma nel portarlo a termine, Egli voleva dare ogni possibilità agli uomini intrappolati in quel male proveniente dal dire: "Perché non viene un Avatara ora, oppure, se non un Avatara, i grandi Rishi, per diffondere la Loro preziosa saggezza nelle orecchie degli uomini? Perché Essi ci abbandonano? Perché ci lasciano soli? Perché il nostro mondo, in quest'epoca, non ha la saggezza che Essi hanno elargito in passato?" La risposta è che Essi stanno aspettando, aspettando, aspettando, con pazienza instancabile, di trovare qualcuno che voglia ricevere l'insegnamento, e quando un cuore umano si apre e dice: "O Signore, insegnami," allora l'insegnamento arriva in un flusso di energia divina e inonda il cuore. E se voi non ricevete l'insegnamento è perché i vostri cuori sono bloccati dalle ricchezze, dalla chiave della fama, dalla chiave del potere e dalla chiave del desiderio dei piaceri di questo mondo. Finché queste chiavi serrano i vostri cuori, gli istruttori di saggezza non possono entrarvi, ma aprite il cuore e buttate via la chiave, e finalmente troverete voi stessi inondati da una saggezza che è sempre pronta a entrarvi. Quale Ricercatore di cuori Ah! qui è ancora una volta così difficile comprendere questo Signore di Maya, questo Maestro dell'Illusione. Egli mette alla prova i cuori dei Suoi amati, non tanto il mondo intero. Per essi è l'insegnamento che li guiderà sulla giusta via. Per Arjuna, per Bhima, Yudishthira, per essi è il tocco più sottile, la prova più dura, per vedere se entro il cuore rimane ancora una stilla di male, che impedisce la loro unione con Lui Stesso. Cosa cerca Egli? Che essi diventino del tutto Suoi, che entrino nel Suo essere. Ma essi non possono entrarvi finché un solo seme di male rimane nei loro cuori. Essi non possono entrarvi finché un solo peccato rimane nella loro natura. E così, con tenerezza e non con collera, con l'amore più saggio e non con un desiderio di sviare, il Signore d'Amore mette alla prova i cuori dei Suoi amati, in modo che qualsiasi male in essi possa essere estratto dalla presa che Egli colloca su di loro. Voglio ricordarne due o tre occasioni. Posso forse menzionarne un paio per dimostrarvi il metodo della prova. La battaglia di Kurukshetra era già cominciata da molti giorni; migliaia e decine di migliaia di morti giacevano disseminati su quel terribile campo, ed ogni giorno, quando il sole sorgeva, Bhisma, generalissimo dell'esercito dei Kuru, veniva trascinando tutto ciò che era davanti a sé, tranne quando Arjuna gli sbarrò la strada; ma Arjuna non poteva essere dappertutto; egli fu richiamato, con i cavalli guidati dall'Auriga Shri Krishna, che correvano attraverso il campo come un turbine, portando la vittoria lungo il percorso; ma quando l'Auriga ed Arjuna non erano lì, Bhishma aveva via libera. I cuori dei Pandava sussultarono, e alla fine, una notte, riposando nelle tende in vista della battaglia del giorno successivo, l'amaro incoraggiamento del Re Yudhishthira si manifestò a parole, ed egli dichiarò che non si poteva fare nulla finché Bhishma non fosse stato ucciso. Allora venne la prova dalle labbra del ricercatore di cuori. "Guardate, io andrò e lo ucciderò domani." Yudhishthira avrebbe acconsentito? Una promessa glielo impediva. Ricorderete che quando Duryodhana ed Arjuna andarono da Shri Krishna che stava dormendo, sorse la questione su quale decisione avrebbe dovuto prendere ciascuno dei due. Solo, disarmato, Shri Krishna avrebbe voluto andare con un altro, Egli non avrebbe combattuto; avrebbe voluto dare ad un altro un potente battaglione di truppe. Arjuna scelse Krishna che non era armato; Duryodhana scelse il potente esercito pronto alla battaglia; così l'Avatara s'impegnò a non combattere, come aveva detto. Disarmato Egli andò in battaglia, vestito nel suo abito di seta gialla, e solo con la frusta dell'auriga nella mano; due volte, per stimolare Arjuna a combattere, Egli saltò giù dal carro e si fece largo con la Sua frusta come se volesse attaccare Bhisma che stava combattendo, e ucciderlo. Ogni volta Arjuna lo aveva fermato, ricordandoGli le Sue parole. Ora venne la sentenza per il Re senza macchia, com'è spesso chiamato; Avrebbe Shri Krishna infranto la Sua promessa per concedergli la vittoria? Egli rimase fermo. "Hai promesso," fu la sua risposta, "e non puoi infrangere quella promessa:" Egli superò la prova, superò l'esame, ma ancora una debolezza rimase in quel nobile cuore; una debolezza nascosta che minacciava di allontanarlo dal Suo Signore. L'incapacità di rimanere del tutto solo in quel momento di prova, senza aggrapparsi sempre a uno più forte di sé, affinché quella decisione potesse essere presa. Quell'ultima debolezza doveva essere estinta dal fuoco. In un momento così critico della battaglia arrivò l'annuncio che il successo di Drona stava portando tutto ai suoi piedi, che Drona era inarrestabile, e che l'unico modo per ucciderlo era diffondere la notizia che suo figlio era morto, e quindi egli non avrebbe più combattuto. Bhima uccise un elefante che aveva lo stesso nome del figlio di Drona, e fece sapere a Drona: "Ashvatthama è morto." Ma Drona non gli avrebbe creduto senza la conferma di re Yudhishthira. Allora venne la prova. Avrebbe egli detto una bugia di convenienza ma una verità nominale, al fine di vincere la battaglia? Egli si rifiutò, né lo avrebbe fatto per le suppliche di suo fratello. Sarebbe rimasto fermo in nome della verità, da solo mentre tutto ciò che desiderava sarebbe rimasto dalla parte avversa? Il grande Essere disse: "Dì che Ashvatthama è stato ucciso." Avrebbe dovuto farlo perché Egli, Shri Krishna, gliel'aveva ordinato? Avrebbe dovuto mentire solo perché il Riverito gli aveva consigliato così? Ah no! Né per la parola di Dio né dell'uomo, l'anima umana deve fare una cosa che egli sa che va contro Dio e la Sua legge; ed è preferibile restare da solo nell'universo piuttosto che peccare contro la giustizia. E quando la bugia fu diffusa sotto la copertura di quella scusa, Yuddhishthira, facendo ciò che il cuore desiderava, sotto la copertura del comando ricevuto da uno che egli riveriva, allora cadde, il suo carro si abbattè sul terreno, e sofferenza e miseria lo seguirono da quel giorno fino al giorno della sua morte, finché restò solo di fronte al Re dei celesti, affermando il dovere di proteggere persino un cane, un dovere più elevato del comando divino e della gioia del paradiso. E allora dimostrò che la lezione lo aveva purificato, e che il suo cuore si era ripulito anche della più piccola parte di debolezza. Gli uomini dicono che Shri Krishna consigliò di dire una bugia! Cari fratelli, non riuscite a vedere al di là dell'illusione? Cosa c'è qui in questo mondo che il Supremo non faccia? Non vi è alcuna vita se non la Sua, nessun Sé se non il Suo, niente se non la Sua vita attraverso tutto il Suo universo; ed ogni azione è la Sua azione, quando arriviamo alla conclusione ultima. Egli li aveva avvertiti di quella verità. "Io sto barando" Egli disse come pure riguardo i canti dei Veda. Strana lezione, difficile da imparare e tuttavia vera. Poiché ad ogni stadio evolutivo vi è una lezione da apprendere, Egli insegna tutte le lezioni; ad ogni punto di crescita dev'essere intrapreso il passo successivo, e molto spesso quel passo è l'esperienza del male, in modo che la sofferenza possa estirpare dal cuore il desiderio del male. E proprio come il coltello del chirurgo è diverso dal coltello dell'assassino, sebbene entrambi possano tagliare la carne umana, l'uno taglia per curare, l'altro per uccidere; così è affilato il coltello del Supremo quando, tramite l'esperienza del male e il conseguente dolore, Egli purifica l'uomo, in maniera diversa, perché il motivo non è quello di fare il male per gratificare la passione né di allontanarsi dalla giustizia per compiacere la natura inferiore. In ultima analisi Egli si manifesta come il Supremo; vi è la forma Vaishnava, la forma universale, la forma che contiene l'universo. Ma ancora di più il Supremo si palesa nella profonda saggezza dell'insegnamento, nella risolutezza del Suo percorso attraverso la vita. Non sembra strano dire che Dio è visto più nell'ultima forma che nella prima, che la forma esterna che contiene l'universo è meno divina della natura perfetta e costante, che non devia né a destra né a sinistra? Rileggete quella vita con questo pensiero nella mente, un obiettivo da seguire sino alla fine non importa quali forze possano esserci dall'altra parte e la sua grandezza potrebbe manifestarsi. Cosa venne a fare? Venne per dare l'ultima lezione alla casta kshattriya dell'India e per aprire l'India al mondo. Molte lezioni sono state date a quella grande casta. Sappiamo che ventun volte essi sono stati decimati, e tuttavia si ripresero. Sappiamo che Shri Rama aveva mostrato la perfetta vita dello kshattriya, un esempio che essi avrebbero dovuto seguire. Ma non vollero imparare la lezione, né con la forza né con l'amore. Non avrebbero seguito l'esempio né per paura né per ammirazione. Quindi sulla campana del Cielo risuonò il rintocco funebre per la casta kshattriya. Egli venne a spazzar via quella casta e a lasciare solo i suoi resti sparpagliati sul suolo indiano. Era stata la spada dell'India, il muro di ferro che la circondava. Egli venne a sgretolare quel muro ed a spezzare la spada affinché non colpisse ancora. Era stata usata per opprimere invece di proteggere, era stata usata per la tirannia invece che per la giustizia. Quindi Colui che aveva dato quella spada la spezzò, affinché gli uomini imparassero con la sofferenza ciò che non avrebbero imparato con i precetti. E sul campo di Kuru, la casta kshattriya combattè la sua ultima grande battaglia; di tutto quell'esercito potente nessuno fu risparmiato, tranne una manciata quando il combattimento stava per finire. E la casta non si è mai più ripresa dopo la battaglia di Kurukshetra. Non è però completamente sparita. In alcuni distretti troviamo famiglie che le appartengono; ma voi sapete abbastanza bene quanto sia difficile trovare una casta come quella nella maggior parte dell'India moderna. Perché nei grandi consigli per il benessere mondiale fu fatto questo? Non solo per insegnare una lezione perenne a tutti i re e governanti, ma anche per aprire l'India al mondo. Non risuona strano "Io la lascio indifesa di fronte all'invasione?" Colui che l'amò la lasciava soggetta alla conquista? Egli che l'aveva consacrata, Egli che aveva santificato le sue pianure e le foreste tramite il Suo passo, e la cui scelta era risuonata attraverso la sua terra? Sì, perché Egli giudica non come giudica un uomo, e vede la fine dal principio. L'India com'era anticamente, tenuta isolata da tutto il mondo, era così chiusa che poteva avere il tesoro della conoscenza spirituale in se stessa, e creare un contenitore per conservarla. Ma quando riempite il contenitore, allora non lo mettete alto su uno scaffale, lasciando gli uomini assetati di quell'acqua che esso contiene. Il Possente riempì il suo contenitore con l'acqua della conoscenza spirituale, e alla fine arrivò il momento in cui quell'acqua avrebbe dovuta essere versata per placare la sete del mondo, e non lasciata solo per dissetare una singola nazione, per l'uso di una singola persona. Poi venne l'Amante degli uomini, affinché l'acqua di vita potesse essere versata; Egli infranse quel muro, cosicché l'invasore potesse superare i suoi confini. Entrarono i greci, i musulmani, invasione dopo invasione, incessantemente, finché arrivarono per ultimi i conquistatori che ora governano l'India. Voi vedete in questi avvenimenti solo decadenza, miseria, solo una maledizione che sovrasta l'India? No, fratelli miei! Ciò che sembra una maledizione è una cura e una benedizione per il mondo; e l'India può certo soffrire per un dato periodo affinché il mondo sia redento. Che significa tutto questo? Non sto parlando politicamente, ma dal punto di vista di uno studente spirituale che sta cercando di capire come procede l'evoluzione della razza. Il popolo che ha conquistato l'India per ultimo, che ora la sottomette con i suoi governatori, è il popolo la cui lingua è la più diffusa di tutte le lingue del mondo, e sta per diventare ugualmente la lingua del mondo; e appartiene non solo a quella piccola isola della Bretagna, essa appartiene anche al grande continente americano, all'Australia. Si è diffusa di paese in paese, fino a diventare la lingua più diffusa fra tutti i popoli del mondo. Altre nazioni stanno iniziando ad impararla, perché gli affari e gli scambi, e anche la diplomazia, stanno cominciando ad esprimersi nella lingua inglese. Non c'è allora da stupirsi che il Supremo abbia mandato all'India questa nazione la cui lingua sta diventando il linguaggio mondiale, e aprirla per renderla parte di quell'impero mondiale, affinché le sue Scritture, tradotte nel linguaggio più ampiamente parlato, possano aiutare l'intera famiglia umana a purificare e spiritualizzare i cuori di tutti i Suoi figli. Questo è l'obiettivo più profondo della Sua venuta: preparare la spiritualizzazione del mondo. Non è sufficiente che una sola nazione debba diventare spirituale, non è sufficiente che una sola nazione debba avere la saggezza, non è sufficiente che un solo paese, comunque potente e comunque amato e forse che io non amo l'India come pochi di voi l'amano? debba avere la ricchezza della verità spirituale mentre il resto del mondo è sia un povero che elemosina una moneta! No, molto meglio che l'India affondi per un periodo nella scala delle nazioni, in modo che quello che essa non può fare per se stessa possa essere fatto dai rappresentanti divini che da sempre guidano l'evoluzione del mondo. Per cui, ciò che dall'esterno appare conquista e sottomissione, agli occhi dello spirito appare come l'apertura del tempio spirituale, cosicché tutte le nazioni possano venirvi e imparare. Questo però vi lascia con un dovere, una responsabilità. Sento tante cose, ho parlato così spesso dei discendenti dei Rishi e del sangue dei Rishi che scorre nelle vostre vene. Vero, ma non abbastanza. Se dovete ridiventare ciò che Shri Krishna intende che voi siate nei Suoi eterni consigli, il brahmana delle nazioni, l'istruttore della verità divina, la bocca attraverso cui gli Dei parlano alle orecchie degli uomini, allora la nazione indiana deve purificarsi, allora la nazione indiana deve spiritualizzarsi. Le vostre Scritture spiritualizzano l'intero mondo mentre voi rimarrete non-spirituali? La saggezza dei Rishi andrà ai Mlechcha6 in ogni parte del mondo, ed essi impareranno e ne trarranno profitto, mentre voi, i discendenti fisici dei Rishi, non conoscete la vostra letteratura e l'amate meno di quanto crediate? È questa la grande lezione con cui chiuderò. Così vero che, per produrre degli insegnanti di Brahmavidya [conoscenza divina], che appartiene a questa terra per diritto di nascita, i grandi Rishi hanno dovuto inviare alcuni dei loro figli verso altri paesi affinché potessero ritornare a voi per insegnare la vostra religione fra la vostra gente. Non sarebbe meglio che una simile vergogna avesse termine? Non sarebbe bene che vi siano tra voi alcuni che potranno nuovamente diffondere l'antica vita spirituale, e seguire e amare il Signore? Non sarebbe meglio, non solo qui e là, ma che alla fine l'intera nazione mostri il potere di Shri Krishna nella Sua vita incarnata in mezzo a voi, che sarebbe più grande di qualsiasi speciale Avatara? Possiamo sperare e pregare che il Suo Avatara sia la nazione che incarna la Sua conoscenza, il Suo amore, la Sua fratellanza universale per ogni uomo che calpesta il suolo della terra? Basta con le mura della separatività, con la condanna, il disprezzo e l'odio che dividono l'indiano dall'indiano, e l'India dal resto del mondo. Che il nostro motto d'ora in avanti sia il motto di Shri Krishna, e che come Egli incontra gli uomini su qualsiasi strada, così anche noi possiamo camminare accanto a loro su qualsiasi strada, perché tutte le strade sono Sue. Non vi è strada che Egli non calpesti, e se seguiamo l'Amato che ci guida, dobbiamo camminare come Egli cammina. PACE A TUTTI GLI ESSERI
Mlechcha (non-vedico, barbaro) indica le persone che non si conformavano alle norme religiose e morali della società vedica. n.d.t. 43
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